Scritto da Emanuela Ottanà
MESSINA- A quasi trent’anni dall’omicidio del medico e docente dell’Università di Messina Matteo Bottari, sono ancora molte le ipotesi e le ambiguità sul caso. Mafia, Università e potere sono il punto centrale della conferenza promossa dal professor Dario Caroniti, docente di storia del pensiero politico e arricchita dalla partecipazione del giornalista e scrittore Roberto Gugliotta.
La conferenza, svolta presso il dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università degli Studi di Messina, nell’ambito del corso di storia del pensiero politico, si è aperta con un’introduzione del professore Dario Caroniti, che ha ricordato come nell’Ateneo di Messina siano avvenuti nel passato diversi episodi criminali. La presenza della mafia, spesso silenziosa, si è manifestata tramite intimidazioni e un’ottima capacità di insediarsi proprio nei luoghi nei quali venivano amministrati potere e risorse. Il docente sottolinea che è necessario evitare generalizzazioni, ma che il caso Bottari è difficile da considerare avulso dalla storia della città. Da qui emerge una riflessione del professore Caroniti sulla struttura e la stabilità del potere: famiglie, gruppi e reti di relazioni capaci di persistere in epoche politiche differenti, conservando una presenza importante nelle istituzioni e nella società stessa. Successivamente, l’ospite dell’incontro, Roberto Gugliotta, scrittore del libro dedicato al caso di Matteo Bottari, “L’omicidio che sconvolse Verminopoli”, ha ripercorso il caso, partendo da una domanda centrale: “Chi ha ucciso Matteo Bottari?”. Una vicenda che ancora oggi continua ad essere priva di una risposta definitiva. Gugliotta ripercorre la sera del delitto. La sera del 15 gennaio 1998, Matteo Bottari uscito dalla Clinica Cappellani, mentre si trovava nella proprio auto, venne colpito da un colpo di un fucile caricato a pallettoni. Nonostante i tentativi di salvataggio, Bottari morì poco dopo il suo arrivo in ospedale. La ricostruzione di Gugliotta attraversa ventotto anni di indagine e si concentra su quelle che definisce come “anomalie” sul caso: testimonianze assenti o tardive; intercettazioni che i sospettati sembravano già conoscere; elementi dell’indagine che non sarebbero stati approfonditi e molte ipotesi aperte e successivamente accantonate.
L’incontro non si è limitato alla ricostruzione di un caso di cronaca, ma si è incentrato su una riflessione molto più ampia sulla storia della città, rapporti tra criminalità organizzata e centri di potere. Il delitto Bottari aveva richiamato anche l’attenzione nazionale. Nel febbraio del 1998 la Commissione parlamentare antimafia si era recata a Messina, evidenziando un intreccio tra criminalità, istituzioni, magistratura e Università che Nichi Vendola, esponente politico e all’epoca vice presidente della commissione, definì “verminaio”, espressione che segnò i successivi dibattiti sul caso Messinese. Tale vicenda, sottolinea il professore Caroniti, non ha però sviluppato una mobilitazione antimafia duratura e forte come avvenne invece a Palermo in seguito alle stragi di Capaci o, ancora, a Catania a seguito dell’assassinio di Giuseppe Fava. Nel corso dell’incontro, Gugliotta ha inoltre esposto i nuovi accertamenti sul caso, sottolineando però l’importanza di distinguere i fatti dalle ipotesi.
Occorre, come sottolineato dal professore Caroniti, ricordare che la legalità non può essere ricostruita, nascondendo o dimenticando i fatti, ma risulta necessario capire ciò che è successo, comprenderne i meccanismi e soltanto dopo tentare di superarli. La conferenza si è conclusa con uno spazio aperto alle domande e alle considerazioni degli studenti e delle persone presenti, che hanno avuto la possibilità di confrontarsi con i relatori sui diversi punti emersi nel corso dell’incontro. Sono ancora molte le ombre sulla vicenda, e per questo, la conferenza si è conclusa con la stessa domanda con cui è iniziata : “Chi ha ucciso Matteo Bottari?”








