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Passione per l’arte: Una giornata di studi tra ricordi universitari, denunce civiche e il mistero della corona di Antonello

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di Giovanni.Quartarone.                                          È con grande piacere che invio a codesta testata questo mio contributo e resoconto a seguito dell’articolo da voi recentemente pubblicato sulla biografia di Antonello da Messina e sulla proposta dedicata a Giovanni Mallone. Quanto accaduto ieri durante la giornata di studi al DiCAM si ricollega direttamente a quel filo conduttore e desidero condividerlo con i vostri lettori.

 

 

________________________________________

Con la passione per l’arte: Cronaca, ricordi e voci di una giornata al DiCAM

Una giornata intensa ieri, dedicata tutta alla storia dell’arte. Un convegno al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne (DiCAM) organizzato in memoria e ricordo del caro Sebastiano Di Bella, dal titolo “Con la passione per l’arte. Giornata di studi”, a cura di Roberto Cobianchi, Giovanni Giura e Luigi Hyerace.

Attraverso le varie sessioni in programma, la giornata è stata pensata per ripercorrere quattro tappe epocali della storia dell’arte: dal periodo bizantino con le icone di Sicilia presentate dalla cara Alexandra Trifonova, alla sessione sul Quattrocento dedicata ad Antonello da Messina e arricchita dalla relazione della dott.ssa Ciolino sul Polittico di San Gregorio, fino al Seicento e all’Età Contemporanea, sempre con un occhio attento ai legami profondi con Messina e il suo territorio.

I temi mi interessavano profondamente e così, fra un’e-mail da sbrigare e una telefonata di lavoro, ritornavo continuamente in aula. Non era mia intenzione azzardare un passo oltre il “consentito”, ma chi mi conosce lo sa: alle volte “sgarro”, se ne vale la pena.

I ricordi tra le mura dell’aula e la gratitudine per un percorso

Entrare in quell’aula per me significa spalancare la scatola dei ricordi. La memoria torna a prima della ristrutturazione: sono di casa da oltre vent’anni qui.

All’ingresso del DiCAM ti accoglie quasi come un monito il pensiero di Pirandello: «Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti»; e poi, una volta dentro, alle spalle del tavolo dei relatori, campeggiano i versi di Dante: «Io veggio ben che già mai si sazia nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra di fuor dal qual nessun vero si spazia». Ogni ambiente e aula del dipartimento custodisce l’immagine di un grande autore con le sue frasi celebri, e in quella sala ricordavo ancora le belle e vecchie tende di velluto arancione, oggi non più presenti, sostituite da un nuovo arredo di tutto riguardo.

 

Guardando indietro a questo lungo cammino, provo una profonda gratitudine verso i miei superiori, i presidi, i direttori e tutti i colleghi che in questi anni mi hanno sempre consentito di partecipare a questi eventi e di respirare la cultura: prima per tanti anni nella quiete e nel rigore della biblioteca, poi nell’ambito della didattica e oggi al cospetto del direttore in un’area culturale. È grazie alla loro sensibilità e disponibilità se ho potuto alimentare una passione che non si è mai spenta.

Ed è grazie a Marcello Espro, alle sue lunghe e trentennali chiacchierate nella fucina della “Giovanna d’Arco” e a casa sua, che ho appreso e copiato una forma di indagine fuori dagli schemi, domandomi non solo il perché ma trovando sempre un collegamento con il vissuto e il territorio: per me una specie di mentore.

All’epoca provai l’ebbrezza di sedermi al banco degli esaminati per la discussione della mia tesi di dottorato, e di anni ne sono passati. Con vero piacere e un pizzico di commozione ho visto collegato a distanza da Firenze il mio relatore di tesi, il caro professor Fattorini, e ho seguito i lavori con grande interesse.

Dietro al tavolo dei relatori ci sono passato pochissime volte, solo quando qualcosa di forte mi spinge a farlo. L’ultimo ricordo risale — dopo i vari convivi attorno al tavolo per i pensionamenti dei colleghi — all’ultima campagna elettorale per la rettoria. Ricordo bene quando vennero in tre a presentare i loro programmi: con impeto, come se qualcosa mi scuotesse dentro, presi la parola quando intervenne la candidata che sarebbe poi divenuta la Magnifica Rettrice. La cosa non fu accolta da tutti con entusiasmo, perché a loro dire avrei dovuto interloquire anche con gli altri due candidati; ma le cose o si sentono nel profondo o non si fanno: non c’è comando che tenga, non riesco mai a fare per imposizione ciò che non sento o che non mi va, anche se ho imparato a “Mettiri u sceccu a unni voli u patruni”.

La scintilla, la protesta e la scelta di intervenire

Ieri, però, dopo la relazione della dott.ssa Ciolino sul Polittico di San Gregorio e quel suo appunto preciso sulla corona posta in primo piano e sul significato dei grani, mi sono sentito in dovere, pur in punta di piedi, di apportare il mio modesto contributo.

Vista l’ora di pranzo imminente, gli interventi della platea sono stati procrastinati al pomeriggio. Ho avuto così tutto il tempo di preparare una slide con il testo da leggere e la fonte. Volevo fare appello a un mio precedente articolo di giornale, pubblicato a distanza di qualche settimana da quando Messina ha subito l’ennesimo scempio sul proprio patrimonio artistico, nel quale riportavo proprio la sapiente lettura di Marcello Espro.

Ma prima ancora di addentrarmi nell’analisi del dipinto, c’era qualcosa che mi rodeva dentro e che non potevo tacere: il mio duro rimprovero alla città e al mondo della cultura.

Ho ricordato che ho letto soltanto un articolo su Tempo Stretto del prof. Giovanni Giura, rammaricato per i suoi studenti, mentre da parte delle istituzioni — assessori, delegati e blasonati alla cultura — si è visto soltanto quel tiepido formalismo istituzionale.

Di fronte all’ennesimo scippo ai danni della nostra storia, le piazze reali e virtuali, con Bonaccorso in testa, continuano invece sui social e di presenza con i loro sit-in a non dimenticare e a lottare. Quel contrasto tra l’inerzia blasonata e la passione di chi scende in piazza andava denunciato con forza, ed è un silenzio colpevole che da cittadino e appassionato non potevo lasciar passare sottotraccia.

L’intervento dalla platea: l’enigma della corona e il confronto con il prof. Cobianchi

Quando ho preso il microfono — che mi mette sempre una gran fretta e mi fa parlare di corsa per la foga del fare —, ho aperto salutando affettuosamente il professor Fattorini, ricordando il percorso fatto insieme per la mia tesi sulla Guida di Castanea, e rendendo omaggio alla memoria di Sebastiano Di Bella, la cui passione ha riunito tutti noi in aula.

Poi sono passato a leggere e illustrare alla sala l’analisi di Espro sul Polittico di San Gregorio, l’unica opera firmata che Messina conserva integralmente:

1. La rosa e la natura del rosario: La presenza della piccola rosa rossa posta in capo alla corona conferma senza dubbi che si tratta di un rosa-rio.

2. I 38 grani e i 12 apostoli mancanti: Contando con cura i grani raffigurati da Antonello sul piano, si nota che sono 38 anziché i 50 tradizionali della corona dell’Ave Maria. Mancano esattamente 12 grani, simbolo emblematico della perdita dello spirito apostolico originale (i 12 apostoli) da parte del clero cittadino dell’epoca.

3. Lo scollamento e i tre gruppi: La collana, che in origine rappresenta l’unione di una comunità i cui singoli individui sono legati da un filo comune, viene dipinta da Antonello con una disposizione calcolatamente disordinata. I grani inferiori sono compatti e reclinati in basso (il popolo o i vinti), mentre quelli superiori appaiono sparsi e divisi in gruppetti di 2, 3 e 4.

4. Il filo rosso spezzato: Osservando il dettaglio ravvicinato con “mostruosa abilità” pittorica, ci si accorge che nella parte superiore il filo rosso che trattiene i grani è sfilacciato e spezzato in più punti.

5. L’allegoria della disgregazione: La corona non rappresenta più l’unione spirituale, ma l’allegoria della disgregazione sociale, politica e religiosa di Messina durante la complessa vicenda storica dell’affare Mallone (tra monastero, società civile e clero).

A margine del mio intervento, la discussione si è arricchita di un importante spunto accademico fornito dal prof. Roberto Cobianchi, il quale ha ricordato quanto gli fu insegnato dal suo professore universitario ai tempi degli studi: nel Quattrocento non esisteva ancora la corona del rosario nella forma canonica e strutturata che conosciamo oggi, ma si parlava di circulum precatorium (o circolo precatorio), un antico oggetto di devozione formato da grani o nodi infilati in cerchio che anticipava sia la forma che la funzione del rosario moderno. Un contributo fondamentale che ha integrato utilmente la discussione della giornata.

Considerazioni finali e l’appello alla città

Dopo il mio intervento e questo vivace momento di confronto, la mia partecipazione alla giornata si è avviata alla conclusione, lasciando che i lavori proseguissero. So bene che il microfono mi fa correre, scrivo come parlo e parlo forse assai! Comunque, ce l’ho fatta e sono davvero contento, non certo per sciorinare sapere. Non sono un accademico, ma un modesto e ostinato curioso della storia locale — un'”anima mercuriale”, come qualcuno mi ha felicemente definito, nel senso di chi raccoglie con cura un sapere sparso per diffonderlo e farlo vivere tra la gente — in particolar modo di Castanea e dintorni, e poi ovviamente di Messina.

Ho voluto mettere per iscritto questo resoconto per riaffermare un principio fondamentale: quando riteniamo che qualcosa debba essere detta per tutelare la bellezza e la memoria della nostra terra, a prescindere dai titoli e dalle cattedre, è giusto che si faccia.

Ma non basta parlarne: è ora che le istituzioni e la città si sveglino finalmente da questo torpore e vadano oltre il solito formalismo! Non possiamo più permetterci di restare a guardare mentre il nostro patrimonio culturale viene impoverito. Bisogna prendere di pugno la situazione, alzare la testa e battersi uniti per esigere con forza il rientro dell’opera di Antonello a Messina. Antonello appartiene a questa città, e riprendersi la propria storia è un dovere civile verso noi stessi e le generazioni

Nota a margine: Si fa riferimento all’articolo precedentemente pubblicato da Sicilia Daily, intitolato “Antonello da Messina: la sua biografia nei capolavori tra l’ennesima fuga e la proposta di una via per Giovanni Mallone”.

 

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di Giovanni.Quartarone.                                          È con grande piacere che invio a codesta testata questo mio contributo e resoconto a seguito dell’articolo da voi recentemente pubblicato sulla biografia di Antonello da Messina e sulla proposta dedicata a Giovanni Mallone. Quanto accaduto ieri durante la giornata di studi al DiCAM si ricollega direttamente a quel filo conduttore e desidero condividerlo con i vostri lettori.

 

 

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Con la passione per l’arte: Cronaca, ricordi e voci di una giornata al DiCAM

Una giornata intensa ieri, dedicata tutta alla storia dell’arte. Un convegno al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne (DiCAM) organizzato in memoria e ricordo del caro Sebastiano Di Bella, dal titolo “Con la passione per l’arte. Giornata di studi”, a cura di Roberto Cobianchi, Giovanni Giura e Luigi Hyerace.

Attraverso le varie sessioni in programma, la giornata è stata pensata per ripercorrere quattro tappe epocali della storia dell’arte: dal periodo bizantino con le icone di Sicilia presentate dalla cara Alexandra Trifonova, alla sessione sul Quattrocento dedicata ad Antonello da Messina e arricchita dalla relazione della dott.ssa Ciolino sul Polittico di San Gregorio, fino al Seicento e all’Età Contemporanea, sempre con un occhio attento ai legami profondi con Messina e il suo territorio.

I temi mi interessavano profondamente e così, fra un’e-mail da sbrigare e una telefonata di lavoro, ritornavo continuamente in aula. Non era mia intenzione azzardare un passo oltre il “consentito”, ma chi mi conosce lo sa: alle volte “sgarro”, se ne vale la pena.

I ricordi tra le mura dell’aula e la gratitudine per un percorso

Entrare in quell’aula per me significa spalancare la scatola dei ricordi. La memoria torna a prima della ristrutturazione: sono di casa da oltre vent’anni qui.

All’ingresso del DiCAM ti accoglie quasi come un monito il pensiero di Pirandello: «Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti»; e poi, una volta dentro, alle spalle del tavolo dei relatori, campeggiano i versi di Dante: «Io veggio ben che già mai si sazia nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra di fuor dal qual nessun vero si spazia». Ogni ambiente e aula del dipartimento custodisce l’immagine di un grande autore con le sue frasi celebri, e in quella sala ricordavo ancora le belle e vecchie tende di velluto arancione, oggi non più presenti, sostituite da un nuovo arredo di tutto riguardo.

 

Guardando indietro a questo lungo cammino, provo una profonda gratitudine verso i miei superiori, i presidi, i direttori e tutti i colleghi che in questi anni mi hanno sempre consentito di partecipare a questi eventi e di respirare la cultura: prima per tanti anni nella quiete e nel rigore della biblioteca, poi nell’ambito della didattica e oggi al cospetto del direttore in un’area culturale. È grazie alla loro sensibilità e disponibilità se ho potuto alimentare una passione che non si è mai spenta.

Ed è grazie a Marcello Espro, alle sue lunghe e trentennali chiacchierate nella fucina della “Giovanna d’Arco” e a casa sua, che ho appreso e copiato una forma di indagine fuori dagli schemi, domandomi non solo il perché ma trovando sempre un collegamento con il vissuto e il territorio: per me una specie di mentore.

All’epoca provai l’ebbrezza di sedermi al banco degli esaminati per la discussione della mia tesi di dottorato, e di anni ne sono passati. Con vero piacere e un pizzico di commozione ho visto collegato a distanza da Firenze il mio relatore di tesi, il caro professor Fattorini, e ho seguito i lavori con grande interesse.

Dietro al tavolo dei relatori ci sono passato pochissime volte, solo quando qualcosa di forte mi spinge a farlo. L’ultimo ricordo risale — dopo i vari convivi attorno al tavolo per i pensionamenti dei colleghi — all’ultima campagna elettorale per la rettoria. Ricordo bene quando vennero in tre a presentare i loro programmi: con impeto, come se qualcosa mi scuotesse dentro, presi la parola quando intervenne la candidata che sarebbe poi divenuta la Magnifica Rettrice. La cosa non fu accolta da tutti con entusiasmo, perché a loro dire avrei dovuto interloquire anche con gli altri due candidati; ma le cose o si sentono nel profondo o non si fanno: non c’è comando che tenga, non riesco mai a fare per imposizione ciò che non sento o che non mi va, anche se ho imparato a “Mettiri u sceccu a unni voli u patruni”.

La scintilla, la protesta e la scelta di intervenire

Ieri, però, dopo la relazione della dott.ssa Ciolino sul Polittico di San Gregorio e quel suo appunto preciso sulla corona posta in primo piano e sul significato dei grani, mi sono sentito in dovere, pur in punta di piedi, di apportare il mio modesto contributo.

Vista l’ora di pranzo imminente, gli interventi della platea sono stati procrastinati al pomeriggio. Ho avuto così tutto il tempo di preparare una slide con il testo da leggere e la fonte. Volevo fare appello a un mio precedente articolo di giornale, pubblicato a distanza di qualche settimana da quando Messina ha subito l’ennesimo scempio sul proprio patrimonio artistico, nel quale riportavo proprio la sapiente lettura di Marcello Espro.

Ma prima ancora di addentrarmi nell’analisi del dipinto, c’era qualcosa che mi rodeva dentro e che non potevo tacere: il mio duro rimprovero alla città e al mondo della cultura.

Ho ricordato che ho letto soltanto un articolo su Tempo Stretto del prof. Giovanni Giura, rammaricato per i suoi studenti, mentre da parte delle istituzioni — assessori, delegati e blasonati alla cultura — si è visto soltanto quel tiepido formalismo istituzionale.

Di fronte all’ennesimo scippo ai danni della nostra storia, le piazze reali e virtuali, con Bonaccorso in testa, continuano invece sui social e di presenza con i loro sit-in a non dimenticare e a lottare. Quel contrasto tra l’inerzia blasonata e la passione di chi scende in piazza andava denunciato con forza, ed è un silenzio colpevole che da cittadino e appassionato non potevo lasciar passare sottotraccia.

L’intervento dalla platea: l’enigma della corona e il confronto con il prof. Cobianchi

Quando ho preso il microfono — che mi mette sempre una gran fretta e mi fa parlare di corsa per la foga del fare —, ho aperto salutando affettuosamente il professor Fattorini, ricordando il percorso fatto insieme per la mia tesi sulla Guida di Castanea, e rendendo omaggio alla memoria di Sebastiano Di Bella, la cui passione ha riunito tutti noi in aula.

Poi sono passato a leggere e illustrare alla sala l’analisi di Espro sul Polittico di San Gregorio, l’unica opera firmata che Messina conserva integralmente:

1. La rosa e la natura del rosario: La presenza della piccola rosa rossa posta in capo alla corona conferma senza dubbi che si tratta di un rosa-rio.

2. I 38 grani e i 12 apostoli mancanti: Contando con cura i grani raffigurati da Antonello sul piano, si nota che sono 38 anziché i 50 tradizionali della corona dell’Ave Maria. Mancano esattamente 12 grani, simbolo emblematico della perdita dello spirito apostolico originale (i 12 apostoli) da parte del clero cittadino dell’epoca.

3. Lo scollamento e i tre gruppi: La collana, che in origine rappresenta l’unione di una comunità i cui singoli individui sono legati da un filo comune, viene dipinta da Antonello con una disposizione calcolatamente disordinata. I grani inferiori sono compatti e reclinati in basso (il popolo o i vinti), mentre quelli superiori appaiono sparsi e divisi in gruppetti di 2, 3 e 4.

4. Il filo rosso spezzato: Osservando il dettaglio ravvicinato con “mostruosa abilità” pittorica, ci si accorge che nella parte superiore il filo rosso che trattiene i grani è sfilacciato e spezzato in più punti.

5. L’allegoria della disgregazione: La corona non rappresenta più l’unione spirituale, ma l’allegoria della disgregazione sociale, politica e religiosa di Messina durante la complessa vicenda storica dell’affare Mallone (tra monastero, società civile e clero).

A margine del mio intervento, la discussione si è arricchita di un importante spunto accademico fornito dal prof. Roberto Cobianchi, il quale ha ricordato quanto gli fu insegnato dal suo professore universitario ai tempi degli studi: nel Quattrocento non esisteva ancora la corona del rosario nella forma canonica e strutturata che conosciamo oggi, ma si parlava di circulum precatorium (o circolo precatorio), un antico oggetto di devozione formato da grani o nodi infilati in cerchio che anticipava sia la forma che la funzione del rosario moderno. Un contributo fondamentale che ha integrato utilmente la discussione della giornata.

Considerazioni finali e l’appello alla città

Dopo il mio intervento e questo vivace momento di confronto, la mia partecipazione alla giornata si è avviata alla conclusione, lasciando che i lavori proseguissero. So bene che il microfono mi fa correre, scrivo come parlo e parlo forse assai! Comunque, ce l’ho fatta e sono davvero contento, non certo per sciorinare sapere. Non sono un accademico, ma un modesto e ostinato curioso della storia locale — un'”anima mercuriale”, come qualcuno mi ha felicemente definito, nel senso di chi raccoglie con cura un sapere sparso per diffonderlo e farlo vivere tra la gente — in particolar modo di Castanea e dintorni, e poi ovviamente di Messina.

Ho voluto mettere per iscritto questo resoconto per riaffermare un principio fondamentale: quando riteniamo che qualcosa debba essere detta per tutelare la bellezza e la memoria della nostra terra, a prescindere dai titoli e dalle cattedre, è giusto che si faccia.

Ma non basta parlarne: è ora che le istituzioni e la città si sveglino finalmente da questo torpore e vadano oltre il solito formalismo! Non possiamo più permetterci di restare a guardare mentre il nostro patrimonio culturale viene impoverito. Bisogna prendere di pugno la situazione, alzare la testa e battersi uniti per esigere con forza il rientro dell’opera di Antonello a Messina. Antonello appartiene a questa città, e riprendersi la propria storia è un dovere civile verso noi stessi e le generazioni

Nota a margine: Si fa riferimento all’articolo precedentemente pubblicato da Sicilia Daily, intitolato “Antonello da Messina: la sua biografia nei capolavori tra l’ennesima fuga e la proposta di una via per Giovanni Mallone”.

 

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