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Roberto Corona: “La Buona Politica non è nostalgia, è responsabilità” Intervista all’on. Roberto Corona, ultimo segretario provinciale della D.C.

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Roberto Corona appartiene a quella generazione politica per la quale l’impegno pubblico non era improvvisazione, ma formazione, appartenenza, radicamento nei territori e rispetto delle istituzioni. La sua storia attraversa quasi sessant’anni di vita repubblicana: dalla militanza iniziata nel 1968 all’esperienza nel Movimento Giovanile D.C. ed amministrativa a San Marco d’Alunzio; dalle quattro legislature da Consigliere Provinciale al ruolo di ultimo Segretario Provinciale della Democrazia Cristiana a Messina, dal 1985 sino allo scioglimento del partito nel febbraio 1994.

Nella Seconda Repubblica è stato Deputato regionale della XV Legislatura all’Assemblea Regionale Siciliana, eletto nel collegio di Messina, dove ha fatto parte di Commissioni centrali per la vita dell’Isola — Attività produttive, Cultura, Formazione e Lavoro, Servizi sociali e sanitari — ed è stato Segretario della Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia in Sicilia.

Dopo l’esperienza in Forza Italia e in Cantiere Popolare, oggi Roberto Corona è tra i dirigenti di Noi Moderati – Partito Popolare Europeo, Consigliere nazionale del partito e regionale, Coordinatore provinciale di Noi Moderati a Messina. La sua collocazione attuale si inserisce nel solco del popolarismo europeo, della tradizione democratico-cristiana e di una cultura politica moderata, riformatrice e radicata nei territori.

Le immagini d’archivio che accompagnano questa intervista raccontano un tempo in cui la politica era piazza, popolo, simboli, partecipazione e comunità organizzata. Non nostalgia, ma memoria viva di una democrazia che sapeva ancora parlare ai cittadini.

Onorevole Corona, da dove partirebbe per leggere la crisi della politica contemporanea?
Partirei dal 2 giugno 1946, una data fondativa per la nostra democrazia. Dopo la guerra e la caduta del fascismo, gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere l’Assemblea Costituente. Fu un momento altissimo di partecipazione popolare, nel quale votarono anche le donne, per la prima volta in una consultazione politica nazionale.
Da quel voto nacque una Repubblica fondata sulla Costituzione, sui partiti, sulla rappresentanza, sulla partecipazione democratica. Oggi, invece, assistiamo troppo spesso a una politica personalistica, urlata, priva di radici, rispetto e di cultura Istituzionale.

Lei rivendica il ruolo dei partiti. Perché?
Perché i partiti, quando sono veri partiti e non comitati personali, sono strumenti essenziali della democrazia. La Prima Repubblica ebbe limiti, errori e degenerazioni, ma ebbe anche una grande virtù: formava classe dirigente.
Nelle sezioni, nei congressi, nei consigli comunali e provinciali si imparava ad amministrare, a confrontarsi, a conoscere i territori. Oggi troppo spesso si confonde la visibilità con l’autorevolezza, il consenso momentaneo con la rappresentanza, la comunicazione sui social con la politica. Ma senza partiti veri, la democrazia diventa più fragile.

Da oltre trent’anni si sente dire che molti mali italiani derivino dalla Prima Repubblica. Condivide questa lettura?

No, la considero una semplificazione ingiusta. La Prima Repubblica non fu un paradiso, ma fu la stagione in cui l’Italia venne ricostruita dalle macerie della guerra, entrò stabilmente tra le democrazie occidentali, conobbe sviluppo economico, mobilità sociale, scuola pubblica, sanità, welfare, autonomie locali e infrastrutture.
Poi ci furono anche crisi ed errori, che nessuno deve negare. Ma liquidare cinquant’anni di storia con una caricatura significa non capire il Paese. La memoria non serve a rimpiangere, ma a distinguere ciò che va salvato da ciò che va corretto.

Lei è molto critico verso populismi, trasformismi e partiti personali. Perché?
Perché considero pericoloso chi alimenta illusioni sapendo di non poterle mantenere. C’è chi cambia partito con disinvoltura, chi attacca le istituzioni e poi ne cerca il sostegno, chi accusa i partiti tradizionali di ogni male e poi costruisce movimenti personali senza regole, senza congressi, senza vera democrazia interna.
A me interessa un’altra politica: quella che rispetta la Costituzione, le leggi, le istituzioni, i programmi, il confronto e la coerenza. La politica non può essere una passerella personale. Deve essere servizio alla comunità.

Che cosa resta oggi della tradizione democratico-cristiana e popolare?
Resta molto, se non la si riduce a nostalgia. Il popolarismo è una cultura politica viva: centralità della persona, famiglia, corpi intermedi, autonomie locali, solidarietà, libertà responsabile, dottrina sociale della Chiesa ed europeismo.
È una visione che rifiuta tanto lo statalismo oppressivo quanto l’individualismo selvaggio. Crede nell’impresa, ma non dimentica la giustizia sociale. Crede nel mercato, ma sa che il mercato senza regole può diventare sopraffazione. Crede nello Stato, ma non in uno Stato invadente e burocratico.
Oggi l’Italia avrebbe bisogno proprio di questo: equilibrio, responsabilità, mediazione alta e cultura di governo.

È in questa prospettiva che si colloca il suo impegno in Noi Moderati?
Sì. Noi Moderati rappresenta il tentativo di dare voce a un’area popolare, moderata, europea e riformatrice. L’appartenenza al Partito Popolare Europeo non è un fatto formale: significa collocarsi dentro una grande famiglia politica europea, che richiama la tradizione cristiano-democratica, liberale, popolare ed europeista.
Come Consigliere nazionale, regionale e Coordinatore provinciale a Messina, considero questo impegno una responsabilità. Il territorio è fondamentale, ma deve collegarsi a una proposta nazionale. Una forza politica seria deve saper portare nel dibattito del Paese le esigenze delle comunità locali, delle famiglie, delle imprese, dei giovani, dei piccoli comuni e delle aree interne.

Quali sono oggi le priorità per Messina e per la Sicilia?
Sanità, infrastrutture, lavoro, giovani, sicurezza del territorio, contrasto allo spopolamento, valorizzazione delle aree interne e rilancio dei piccoli Comuni.
Messina ha una collocazione strategica naturale, ma da troppo tempo aspettando il Ponte non ha avuto una strategia politica adeguata alla sua posizione. Bisogna ricucire la città con la provincia, con l’area tirrenica, con quella ionica e con i Nebrodi e, del resto, sarebbe un obbligo di legge perché si tratta di Città Metropolitana, ma ciò è stato dimenticato da tutti gli amministratori che si sono succeduti dopo la riforma. Il territorio non può essere evocato soltanto in campagna elettorale: va conosciuto, frequentato, difeso e valorizzato per le tante eccellenze possedute nei 108 comuni della provincia.
La Sicilia non può continuare a vivere di emergenze. Deve programmare, attrarre investimenti, creare lavoro vero e trattenere i giovani. Non possiamo accettare che le nuove generazioni siano costrette a partire perché qui non trovano opportunità.

Che giudizio dà della Seconda Repubblica?
La Seconda Repubblica nacque con la promessa di modernizzare il sistema e renderlo più stabile. In parte ha prodotto cambiamenti, ma ha generato anche nuove distorsioni.
Il maggioritario ha favorito la personalizzazione della politica, l’indebolimento dei partiti e la contrapposizione permanente. Si pensava che abbattendo la cosiddetta partitocrazia sarebbe nata automaticamente una democrazia migliore. Non è andata così.
Quando si distruggono i luoghi della formazione politica, non nasce necessariamente il cittadino libero e consapevole. Spesso nasce l’elettore solitario, più esposto alla propaganda, alla rabbia e alla promessa impossibile.

C’è ancora spazio per la buona politica?
Non solo c’è spazio: ce n’è un bisogno enorme. La buona politica esiste quando non rincorre l’applauso facile, ma cerca il bene comune. Esiste quando difende le istituzioni, sceglie la competenza, riconosce il valore del confronto e pensa ai giovani non come slogan, ma come ragione stessa dell’impegno pubblico.
Io non credo alla politica dei palloni gonfiati. Possono sembrare grandi, ma prima o poi si sgonfiano. Credo nella politica che semina, costruisce, organizza, forma. Forse fa meno rumore, ma lascia tracce più profonde.

Che cosa direbbe ai giovani che guardano alla politica con sfiducia?
Direi loro di non consegnare la politica a chi la usa male o solo per fini personali. Capisco la disillusione, ma l’abbandono è pericoloso. Se le persone serie si ritirano, il campo resta a chi cerca soltanto potere.
La democrazia non si eredita una volta per tutte. Ogni generazione deve riconquistarla, custodirla e migliorarla. Ai giovani direi: partecipate, studiate, pretendete serietà, non fatevi sedurre dai fenomeni occasionali e dai venditori di rabbia.

In conclusione, qual è la sua idea di futuro?
Immagino un futuro in cui torni il primato della politica per essere un servizio per il prossimo e non un personale avanspettacolo. Un futuro in cui l’area moderata, popolare ed europea sappia parlare ai cittadini senza arroganza e senza complessi. Un futuro in cui la Sicilia non sia raccontata come un laboratorio sperimentale di periferia, ma come terra di intelligenze, energie, lavoro e responsabilità.

Ho vissuto la Prima Repubblica, ho attraversato la Seconda e guardo a questa fase con realismo, ma anche con fiducia. La buona politica può ancora fare molto. Può fare di più e meglio. Deve tornare a soddisfare i bisogni del territorio, delle persone, difendere le Istituzioni democratiche e assicurare alle nuove generazioni non soltanto promesse, ma opportunità reali. Questa resta, per me, la ragione più alta dell’impegno politico.

 

 

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Roberto Corona appartiene a quella generazione politica per la quale l’impegno pubblico non era improvvisazione, ma formazione, appartenenza, radicamento nei territori e rispetto delle istituzioni. La sua storia attraversa quasi sessant’anni di vita repubblicana: dalla militanza iniziata nel 1968 all’esperienza nel Movimento Giovanile D.C. ed amministrativa a San Marco d’Alunzio; dalle quattro legislature da Consigliere Provinciale al ruolo di ultimo Segretario Provinciale della Democrazia Cristiana a Messina, dal 1985 sino allo scioglimento del partito nel febbraio 1994.

Nella Seconda Repubblica è stato Deputato regionale della XV Legislatura all’Assemblea Regionale Siciliana, eletto nel collegio di Messina, dove ha fatto parte di Commissioni centrali per la vita dell’Isola — Attività produttive, Cultura, Formazione e Lavoro, Servizi sociali e sanitari — ed è stato Segretario della Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia in Sicilia.

Dopo l’esperienza in Forza Italia e in Cantiere Popolare, oggi Roberto Corona è tra i dirigenti di Noi Moderati – Partito Popolare Europeo, Consigliere nazionale del partito e regionale, Coordinatore provinciale di Noi Moderati a Messina. La sua collocazione attuale si inserisce nel solco del popolarismo europeo, della tradizione democratico-cristiana e di una cultura politica moderata, riformatrice e radicata nei territori.

Le immagini d’archivio che accompagnano questa intervista raccontano un tempo in cui la politica era piazza, popolo, simboli, partecipazione e comunità organizzata. Non nostalgia, ma memoria viva di una democrazia che sapeva ancora parlare ai cittadini.

Onorevole Corona, da dove partirebbe per leggere la crisi della politica contemporanea?
Partirei dal 2 giugno 1946, una data fondativa per la nostra democrazia. Dopo la guerra e la caduta del fascismo, gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere l’Assemblea Costituente. Fu un momento altissimo di partecipazione popolare, nel quale votarono anche le donne, per la prima volta in una consultazione politica nazionale.
Da quel voto nacque una Repubblica fondata sulla Costituzione, sui partiti, sulla rappresentanza, sulla partecipazione democratica. Oggi, invece, assistiamo troppo spesso a una politica personalistica, urlata, priva di radici, rispetto e di cultura Istituzionale.

Lei rivendica il ruolo dei partiti. Perché?
Perché i partiti, quando sono veri partiti e non comitati personali, sono strumenti essenziali della democrazia. La Prima Repubblica ebbe limiti, errori e degenerazioni, ma ebbe anche una grande virtù: formava classe dirigente.
Nelle sezioni, nei congressi, nei consigli comunali e provinciali si imparava ad amministrare, a confrontarsi, a conoscere i territori. Oggi troppo spesso si confonde la visibilità con l’autorevolezza, il consenso momentaneo con la rappresentanza, la comunicazione sui social con la politica. Ma senza partiti veri, la democrazia diventa più fragile.

Da oltre trent’anni si sente dire che molti mali italiani derivino dalla Prima Repubblica. Condivide questa lettura?

No, la considero una semplificazione ingiusta. La Prima Repubblica non fu un paradiso, ma fu la stagione in cui l’Italia venne ricostruita dalle macerie della guerra, entrò stabilmente tra le democrazie occidentali, conobbe sviluppo economico, mobilità sociale, scuola pubblica, sanità, welfare, autonomie locali e infrastrutture.
Poi ci furono anche crisi ed errori, che nessuno deve negare. Ma liquidare cinquant’anni di storia con una caricatura significa non capire il Paese. La memoria non serve a rimpiangere, ma a distinguere ciò che va salvato da ciò che va corretto.

Lei è molto critico verso populismi, trasformismi e partiti personali. Perché?
Perché considero pericoloso chi alimenta illusioni sapendo di non poterle mantenere. C’è chi cambia partito con disinvoltura, chi attacca le istituzioni e poi ne cerca il sostegno, chi accusa i partiti tradizionali di ogni male e poi costruisce movimenti personali senza regole, senza congressi, senza vera democrazia interna.
A me interessa un’altra politica: quella che rispetta la Costituzione, le leggi, le istituzioni, i programmi, il confronto e la coerenza. La politica non può essere una passerella personale. Deve essere servizio alla comunità.

Che cosa resta oggi della tradizione democratico-cristiana e popolare?
Resta molto, se non la si riduce a nostalgia. Il popolarismo è una cultura politica viva: centralità della persona, famiglia, corpi intermedi, autonomie locali, solidarietà, libertà responsabile, dottrina sociale della Chiesa ed europeismo.
È una visione che rifiuta tanto lo statalismo oppressivo quanto l’individualismo selvaggio. Crede nell’impresa, ma non dimentica la giustizia sociale. Crede nel mercato, ma sa che il mercato senza regole può diventare sopraffazione. Crede nello Stato, ma non in uno Stato invadente e burocratico.
Oggi l’Italia avrebbe bisogno proprio di questo: equilibrio, responsabilità, mediazione alta e cultura di governo.

È in questa prospettiva che si colloca il suo impegno in Noi Moderati?
Sì. Noi Moderati rappresenta il tentativo di dare voce a un’area popolare, moderata, europea e riformatrice. L’appartenenza al Partito Popolare Europeo non è un fatto formale: significa collocarsi dentro una grande famiglia politica europea, che richiama la tradizione cristiano-democratica, liberale, popolare ed europeista.
Come Consigliere nazionale, regionale e Coordinatore provinciale a Messina, considero questo impegno una responsabilità. Il territorio è fondamentale, ma deve collegarsi a una proposta nazionale. Una forza politica seria deve saper portare nel dibattito del Paese le esigenze delle comunità locali, delle famiglie, delle imprese, dei giovani, dei piccoli comuni e delle aree interne.

Quali sono oggi le priorità per Messina e per la Sicilia?
Sanità, infrastrutture, lavoro, giovani, sicurezza del territorio, contrasto allo spopolamento, valorizzazione delle aree interne e rilancio dei piccoli Comuni.
Messina ha una collocazione strategica naturale, ma da troppo tempo aspettando il Ponte non ha avuto una strategia politica adeguata alla sua posizione. Bisogna ricucire la città con la provincia, con l’area tirrenica, con quella ionica e con i Nebrodi e, del resto, sarebbe un obbligo di legge perché si tratta di Città Metropolitana, ma ciò è stato dimenticato da tutti gli amministratori che si sono succeduti dopo la riforma. Il territorio non può essere evocato soltanto in campagna elettorale: va conosciuto, frequentato, difeso e valorizzato per le tante eccellenze possedute nei 108 comuni della provincia.
La Sicilia non può continuare a vivere di emergenze. Deve programmare, attrarre investimenti, creare lavoro vero e trattenere i giovani. Non possiamo accettare che le nuove generazioni siano costrette a partire perché qui non trovano opportunità.

Che giudizio dà della Seconda Repubblica?
La Seconda Repubblica nacque con la promessa di modernizzare il sistema e renderlo più stabile. In parte ha prodotto cambiamenti, ma ha generato anche nuove distorsioni.
Il maggioritario ha favorito la personalizzazione della politica, l’indebolimento dei partiti e la contrapposizione permanente. Si pensava che abbattendo la cosiddetta partitocrazia sarebbe nata automaticamente una democrazia migliore. Non è andata così.
Quando si distruggono i luoghi della formazione politica, non nasce necessariamente il cittadino libero e consapevole. Spesso nasce l’elettore solitario, più esposto alla propaganda, alla rabbia e alla promessa impossibile.

C’è ancora spazio per la buona politica?
Non solo c’è spazio: ce n’è un bisogno enorme. La buona politica esiste quando non rincorre l’applauso facile, ma cerca il bene comune. Esiste quando difende le istituzioni, sceglie la competenza, riconosce il valore del confronto e pensa ai giovani non come slogan, ma come ragione stessa dell’impegno pubblico.
Io non credo alla politica dei palloni gonfiati. Possono sembrare grandi, ma prima o poi si sgonfiano. Credo nella politica che semina, costruisce, organizza, forma. Forse fa meno rumore, ma lascia tracce più profonde.

Che cosa direbbe ai giovani che guardano alla politica con sfiducia?
Direi loro di non consegnare la politica a chi la usa male o solo per fini personali. Capisco la disillusione, ma l’abbandono è pericoloso. Se le persone serie si ritirano, il campo resta a chi cerca soltanto potere.
La democrazia non si eredita una volta per tutte. Ogni generazione deve riconquistarla, custodirla e migliorarla. Ai giovani direi: partecipate, studiate, pretendete serietà, non fatevi sedurre dai fenomeni occasionali e dai venditori di rabbia.

In conclusione, qual è la sua idea di futuro?
Immagino un futuro in cui torni il primato della politica per essere un servizio per il prossimo e non un personale avanspettacolo. Un futuro in cui l’area moderata, popolare ed europea sappia parlare ai cittadini senza arroganza e senza complessi. Un futuro in cui la Sicilia non sia raccontata come un laboratorio sperimentale di periferia, ma come terra di intelligenze, energie, lavoro e responsabilità.

Ho vissuto la Prima Repubblica, ho attraversato la Seconda e guardo a questa fase con realismo, ma anche con fiducia. La buona politica può ancora fare molto. Può fare di più e meglio. Deve tornare a soddisfare i bisogni del territorio, delle persone, difendere le Istituzioni democratiche e assicurare alle nuove generazioni non soltanto promesse, ma opportunità reali. Questa resta, per me, la ragione più alta dell’impegno politico.

 

 

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