di Giovanni Quartarone

Un primo passo verso la pace col passato, una riabilitazione dovuta, magari semplicemente ricordando e intitolando una strada di Messina al suo fraterno amico Giovanni Mallone.
Messina nelle opere del pittore “non umano”
Messina, con le sue bellezze paesaggistiche, il mare e la collina, e con alcuni elementi architettonici identitari e pregni di una storia dimenticata, come l’abside della chiesa di San Francesco al Boccetta, ricorre nelle opere “drammatiche” del pittore “non umano”.
Il profondo legame viscerale di Antonello con la sua città, che tanto lo fece “penare” da vivo e da morto, costringendolo a una prima fuga verso Venezia da giovane e “forse” anche da morto, è oggi nuovamente in “fuga”, in parte.
Girolamo e Benedetto non ce l’hanno fatta e sono rimasti a futura e incerta memoria, quali unici sopravvissuti agli eventi che più volte hanno raso al suolo la bellezza, la gloria, la fama e i fasti della “Nobile città di Messina”.
Ora, mentre una parte del polittico è nuovamente in “fuga”, mi auguro che questa possa essere, come la prima fuga di Antonello, soltanto una parentesi e che possa seguire un ritorno.

Una biografia sofferta tra le maglie della storia
Antonello e Messina camminano assieme, sfidando le intemperie e le catastrofi, anche umane.
Ci giunge pochissimo dalle cronache locali e dai maggiori storiografi quali il Maurolico, il Samperi ecc. ecc., ad eccezione del Vasari che nel 1550, nelle Vite, stende la prima biografia.
Nel Settecento il Susinno, autore delle Vite dei pittori messinesi, riesce ad avere fra le mani il testamento del maestro, ma lo attribuisce al nipote Antonello de Saliba. Bisogna aspettare il XX secolo e gli inizi del XXI, con gli accurati studi fra gli archivi notarili di Gaetano La Corte Cailler e del Di Marzo, per avere una biografia più chiara sul pittore e sulla sua famiglia.
Le ingiustizie del potere e il sacrificio di Giovanni Mallone
Le sue opere, sparse per il mondo, raminghe come lui stesso dovette essere per difendersi da un contesto cittadino non più sicuro.
È accertato che il periodo in cui visse Antonello fu fra i più tumultuosi e agitati, a causa delle forti tensioni che si erano create fra le fazioni dei Nobili e dei Populares, tensioni che perdurarono per un decennio sfociando in una rivolta popolare.
Tumulti che toccarono profondamente l’animo sensibile dell’artista, forse esponente di spicco della parte popolare e così profondamente provato dalle ingiustizie perpetrate dal clero e dalla nobiltà, tanto che il non voler rinunciare a privilegi disonesti, tenendo il popolo alla fame, portò al patibolo l’esponente probo e onesto che aveva abbracciato la causa: il medico Giovanni Mallone.
Antonello da Messina, un genio e un dono per l’umanità, una personalità profondamente provata dalle vicissitudini della vita, un’anima cristiana devota e osservante e perennemente in tensione fra la sete inappagata di giustizia, di verità e di libertà e la corruzione e il malaffare intorno, sostenuti da quelle che oggi chiamiamo “Istituzioni”, guide che sminuivano e soffocavano per le stesse ragioni che “muovono” il mondo di oggi.
L’appello etico e la lezione di Marcello Espro
“Nel grigio periodo che la città di Messina sta attraversando capita spesso di sentir parlare da più di un pulpito di “rinascita della città” collegandola più o meno retoricamente al suo passato “glorioso” (che certamente c’è pure stato). Ma non è possibile alcuna vera rinascita, se non si ha il coraggio di fare seriamente i conti con “tutto” il proprio passato (antico e recente), affondando anche e soprattutto lo sguardo su quel che di oscuro e doloroso è stato rimosso dalla coscienza per opportunismo o per viltà o è stato ricoperto di menzogne. Il riconoscimento degli errori commessi è sempre condizione indispensabile per il recupero della propria vera identità e della piena energia morale: solo dopo si può parlare di “rinascita”. Per questo bisogna rallegrarsi tutte le volte che una qualche “menzogna storica” viene smascherata per quanto ciò possa essere doloroso e mortificante. […]. Le biografie di due personaggi che, semplicemente per la loro statura morale meritano di esser considerati fra i più straordinari della vita messinese, e che ci stupiscono perfino dopo cinque secoli per la loro bruciante attualità. Come non possiamo oggi non ammirare la vigorosa figura carismatica di Giovanni Mallone, questo medico messinese generoso e pieno di coraggio che per puro senso di responsabilità, in un momento di forti tensioni sociali e di totale sbandamento politico e morale della città, accetta di farsi mediatore fra le fazioni in lotta, assumendo egli stesso un delicato ruolo istituzionale, per cercare di contrastare con l’ausilio dei migliori la corruzione dilagante (sfidando così la mafia del tempo) e l’allegra opera di saccheggio a danno del pubblico erario che aveva ridotto la città quasi sul lastrico? Come non vedere un modello di impegno civile e un eroico antesignano della moderna democrazia in quest’uomo che, molto in anticipo sui tempi e quasi in solitudine, si adopera con tutta la forza del suo carisma per avvicinare il popolo alle istituzioni attraverso una paziente opera educatrice, resa vana purtroppo dalla bieca resistenza e cecità di gruppi dirigenti (laici ed ecclesiastici) legati a vecchie concezioni feudali che in ciò videro un pericolo? […] E che dire del “messinese” Antonello, che seguì con animo trepidante tutte le fasi della battaglia politica intrapresa dal suo amico e che forse, fu l’unico a Messina a rendersi pienamente conto della enormità della colpa di cui si era macchiata l’intera città, allorché avesse permesso che venisse mandato sul patibolo il più giusto e più onesto dei suoi figli? Come non immedesimarsi nel suo dramma e come non capire il suo furore contro i maggiori responsabili di quel delitto, e in particolar gli ecclesiastici cui egli non perdonò fino alla morte? Qualcuno potrebbe mostrarsi ancor oggi scandalizzato delle feroci critiche “dipinte” dall’artista contro i titolati rappresentanti della Chiesa del suo tempo, senza pensare che quelle geniali invenzioni pittoriche erano e volevano essere tutto il contrario delle critiche irridenti e gratuite di un nemico della Chiesa e della religione: erano il grido di dolore e di sdegno di un uomo di fede sincera e profonda e così innamorato del Cristo, da non poter sopportare di vederlo continuamente deriso e flagellato dai comportamenti scandalosi proprio di coloro che osavano definirsi i suoi successori e i pastori del suo gregge”.

Questa che riporto è una parte della Postfazione (per i lettori messinesi) tratta dal libro di Marcello Espro, Antonello da Messina e la tragica vicenda di Giovanni Mallone, pag. 149 ss., Messina, 2014.
I ricordi personali e la ricerca oltre il dato scientifico
Marcello, fra le sale di Antonello, ci ha vissuto per anni, fino alla pensione. Nel suo ruolo di bibliotecario del Museo regionale di Messina non si è limitato a compiere il suo ufficio, inventario, catalogazione e quanto ne consegue nel mondo biblioteconomico, ma ha dato il suo modesto contributo offrendo il suo operato nella trascrizione del famoso volume del Cuneo, Avvenimenti della Nobile città di Messina, negli studi su Costantino Lascaris e sugli umanisti e, forse per un forte richiamo, ha dato una “sua” lettura sulle opere e sull’operato del nostro Antonello.
Ricordo che le fasi di studio, che non si saranno esaurite con questa pubblicazione, dopo le varie ricerche alle fonti, alla letteratura e così via, arrovellavano Marcello nella sua quotidianità. Si chiedeva i perché di tante cose che non tornavano, provando così, oltre a quanto dava solidità alla ricerca scientifica, ad afferrare per via intuitiva qualcosa circa l’oggetto di studio. E ci lavorava anni e anni, coinvolgendo quanti incontrava e raccontando sempre le sue “intuizioni”.
Io sono stato un privilegiato perché, vista la nostra militanza nel presepe, quasi quotidianamente ripeteva questi nomi: Mallone, Lascaris, ovviamente Antonello, che conoscevo per fama ma che per me erano semplicemente personaggi.
Vedevo però in lui il suo fervore: gli occhi cambiavano colore quando parlava, che so, di un’opera. Ricordo l’Annunciazione di Siracusa. Mi dice che l’Angelo non porta in mano il giglio ma la palma dei martiri e fa analogie con Dante. Diciamo parole che mi restano dentro senza capirne subito il peso e il significato.
Sbalorditivo fu quando fu esposto a Messina il quadretto di San Girolamo nello studio. E chissà quante volte al giorno Marcello sia tornato davanti a quell’opera, interrogandola sul perché di tante accortezze di Antonello: gli zoccoli non ben ordinati, la tovaglia macchiata di sangue, il leone ferito ecc.
Anticipa, prima ancora di essere pubblicato sulla rivista Karta, una lettura a più livelli dell’opera.
E cosa emerge in tutto questo?
Che il genio di Antonello si serviva delle sue opere per comunicarci dell’altro, per denunciare quanto intorno lo rendeva insofferente. E così, secondo Marcello, è stato per tutte le opere, come per i vari Ecce Homo, nei quali quel volto sofferente, quel volto tradito, quel volto reietto dagli uomini aveva come modello l’amico Mallone, con tutta una serie di spiegazioni intorno.
I simboli nascosti nel Polittico e la parabola della disgregazione
Anche su questo dipinto, il polittico smembrato e in “fuga” sui particolari, nel libro di Espro ci sono chiare chiavi di lettura.
Mi soffermo solo a trascrivere quanto si legge nel libro a proposito dell’insolita “corona del Rosario”, con grani neri e filo rosso e una rosa a fermaglio:
“L’idea che viene subito in mente osservando quella collana è che si tratti di una corona di rosario, e la cosa trova conferma nel fatto che in capo alla collana si vede una piccola rosa (da cui rosario) di colore rosso. Contando però i grani ci accorgiamo che essi sono 38 rispetto ai 50 (le Ave Maria) del normale rosario: mancano 12 grani e già potrebbe nascondere un significato. Ad ogni modo anche se non si trattasse di un rosario, una collana contiene l’idea di unione di singole individualità (i grani) collegate fra loro da un filo (nel nostro caso rosso) e si presta bene a rappresentare il simbolo della comunità. […] L’idea che però Antonello aveva in mente non era così banale, e lo dimostra il fatto che egli mise un’enorme cura nel disporre quei grani in una forma assai disordinata. Già osservandola a colpo d’occhio notiamo un eccessivo “scollamento” fra i grani inferiori e quelli superiori che sono divisi a gruppi di due di tre e di quattro. Se poi ingrandiamo l’immagine ci accorgiamo con sorpresa che il filo rosso nella parte superiore è spezzato in più punti e sfilacciato con la solita mostruosa abilità. A questo punto non possiamo più avere dubbi sul significato generico di quel simbolo, che è quello di “disgregazione” e di “scollamento”, e cioè l’opposto di quello che dovrebbe essere; ci resta solo da capire a quale precisa realtà Antonello intendesse fare riferimento. Secondo me — scrive Espro — i riferimenti erano più di uno, perché quello stato di disgregazione era drammaticamente vero un po’ ovunque in città dopo la vicenda Mallone: era vero nella piccola comunità di suore per i reflussi disastrosi delle lotte politiche esterne fra Nobili e Popolari, che avevano creato chissà quali dissapori fra le parenti dei perdenti (i grani inferiori uniti) e quelle dei vincitori (i grani superiori divisi in clan); era vero a livello di società civile, con i Popolari risospinti in basso, e i Nobili a contendersi il potere fra i clan rivali; era ancor più vero nella comunità ecclesiale, ove il popolo era sempre più abbandonato a se stesso e precipitava nel vizio, mentre gli alti rappresentanti del clero, avendo perso ogni collegamento con l’originario spirito apostolico (i 12 grani in meno!), badavano egoisticamente a se stessi o alle carriere anche all’interno degli ordini religiosi (i clan)”.
Un atto di riconciliazione per la città
Ora, mentre una parte del polittico è nuovamente in “fuga”, mi auguro che questa possa essere, come la prima fuga di Antonello, soltanto una parentesi e che possa seguire un ritorno.
Ma forse è proprio questa nuova “fuga” a suggerire, ancora una volta, una riflessione più ampia sulla nostra città e sul rapporto che Messina ha avuto, e continua ad avere, con la propria memoria.
Se la vicenda Mallone fosse conclamata anche dagli accademici, dai cultori di storia patria, dagli esperti insomma — e se, da prime ricerche sulla toponomastica, non dovesse ancora risultare un luogo intitolato alla sua figura — sarebbe il caso, come primo atto di amore e riconciliazione, che il Sindaco promuovesse l’intitolazione di una via o di uno slargo a questo nostro insigne e dimenticato antenato.
Non sarebbe soltanto un riconoscimento a Giovanni Mallone.
Sarebbe un gesto rivolto alla città: la scelta di recuperare una pagina della propria storia, di discuterla, verificarla, sottrarla eventualmente alle omissioni e alle rimozioni e, se la ricerca storica ne confermasse il valore, restituirle finalmente un posto nella memoria pubblica di Messina.
Forse è proprio questo il senso più profondo della lezione di Marcello Espro: una città non può parlare seriamente di rinascita se prima non trova il coraggio di guardare anche alle proprie ferite, alle proprie responsabilità e alle persone che quelle ferite hanno pagato sulla propria pelle.
E allora ricordare Mallone, attraverso una strada, uno slargo o un altro luogo della città, potrebbe essere un piccolo ma significativo passo verso quella riconciliazione con il passato che Messina, ancora oggi, sembra dover compiere.









