Sono trascorsi anni dalla Cinquecento e il presidentissimo Aliotta, i festeggiamenti per la conquista di una serie A attesa da più di quarant’anni.
Il “Celeste” ha rappresentato tanto per generazioni di tifosi che lo hanno assiepato e portato nel cuore anche quando per varie ragioni hanno dovuto salutare la propria città.
Per i messinesi non era solo uno stadio, ma un punto di ritrovo, un luogo dove era facile scambiare qualche parola con il vicino di posto e un abbraccio quando Catalano dribblava e Schillaci segnava.
La domenica per gran parte dei messinesi rappresentava un appuntamento da non perdere. I mortaretti sul pilastro, le bandiere al vento, gli striscioni, ma prima bisognava cercare posteggio. Non era facile, le traverse erano tante, occorreva avere fortuna e soprattutto partire da casa almeno due ore prima dell’evento. Se poi a giocare erano le squadre di Scoglio, Zeman, Ruisi, Cuoghi e Mutti ancor prima. Sugli spalti i soliti panini, con lo speaker che snocciolava pubblicità a ripetizione e le colombe che attraversavano il terreno di gioco leggiadre.
Quante risate, emozioni lacrime. Quanti ricordi di gente che non c’è più, ma che da quello stadio e dalle nostre case non se n’è mai andato. Quanti pensieri. Quanti campioni che sono passati dal vecchio “Celeste”, stadio-storia di una città.

Si riaprono i cancelli fra l’emozione di chi tornerà e l’incanto di chi è rimasto ad aspettare e non è andato via.
Tutto è pronto per riprendere un racconto scritto in un libro che non si è mai chiuso








