di Giovanni Quartarone. Ieri, domenica, bollino rosso su Messina: faceva caldo, caldo assai. Eppure, l’atrio davanti alla biglietteria del Museo Accascina era pieno. In tanti abbiamo risposto all’appello di Lelio Bonaccorso e, dalle 10.00 fino all’ora di chiusura, eravamo lì — non più fuori, all’aperto, ma nelle sale climatizzate — a ripercorrere, ciascuno a suo modo e secondo la propria lettura e percezione, il “bello” che, pur soggiacendo alle leggi dell’usura e al susseguirsi delle millenarie stagioni, è lì, immobile ed evocativo. È lì per te e si racconta, narrando quella storia che tu puoi, in quel preciso istante di calura, rileggere.
Prima di scioglierci, in attesa che tutti facessero il ticket di 10 euro, il promotore — pioniere, se volete — ha semplicemente e profondamente ringraziato quella corona di anime unite. La folla restava in religioso silenzio, ammaliata, oltre che dal contenuto chiaro e netto, dalle vibrazioni, dal ritmo, dalla possenza e dalla veracità di un sentire mosso dal cuore, senza fronzoli o spartiti orchestrati da un diktat recitato. Lelio, figlio di questa città martoriata e più volte risorta con vigore e forza, assumendo la casacca del capo popolo, puntava l’indice contro il torpore che dilaga intorno.
Abbiamo il dovere morale di non perdere e di comprendere il forte legame con il nostro glorioso e meno glorioso passato: il nostro presente vacilla e si perde nel qualunquismo ogni qual volta non teniamo i piedi ben saldi, ancorati alle radici che ci hanno permesso, fino ad oggi, di “fare” la storia. A quindici giorni dal nefasto giorno, siamo qui, nella nostra “casa della memoria”, per dire a gran voce che noi amiamo Messina e siamo qui per custodirla e promuoverla, per quanto ci è dato di fare.

Con rammarico, lanciando lo sguardo sulla platea gremita, Lelio non ha intravisto alcuna figura istituzionale di rilievo. C’era la consigliera Giannetto del Consiglio Comunale e tanti cittadini, tanti. Persino da Castanea ci siamo ritrovati in cinque, senza esserci organizzati, per perpetuare l’amicizia e il sodalizio da sempre stretto con la città peloritana: dalla difesa dagli assalitori pirateschi, con i vari avamposti, all’accoglienza degli sfollati dopo il Disastro e durante i bombardamenti del ’45, fino alla sua aria salubre che, nelle estati miti del tardo Ottocento, soleva accogliere l’aristocrazia messinese, rinomate famiglie straniere e personalità di spicco, non ultimo il Magnifico Rettore Salvatore Pugliatti.

E proprio prima del congedo, Lelio ha partecipato la nostra vicinanza alla famiglia per la dipartita della storica dell’arte e appassionata sostenitrice della tutela e salvaguardia del patrimonio, Teresa Pugliatti. Suggeriva, nel vigore di una voce impetuosa e trascinante, di far giungere al palazzo regionale la volontà di una città che non intende stare a guardare.
Sciolte le file, con Mimma e Grazia ci siamo incamminati verso l’ingresso e poi dentro, rivedendoci a tratti tra una sala e l’altra: ciascuno ha fatto il suo percorso. C’ero già stato, ma solo al piano terra, al termine dell’incontro con le istituzioni, in Sala Cripta, il 29 ottobre del 2025. Antonello c’era, l’avevo visto, e non potevo mai immaginare che sarebbe stata l’ultima volta; oggi la mia fede spera che possa risorgere e ritornare.

Quei teli neri, in quegli spazi, sono una camera ardente: il morto è stato bruscamente traslato. Si sente attorno il profumo delle rose che, sorrette come corona da due angeli con la palma in mano, e le ciliegie che la Madonna teneva tra le dita, sembrano riverse per terra. Il sangue della ferita, quel pomo del Bambino e la collanina di corallo, sempre rosso sangue, restano scolpiti nella mia memoria.

Ma, se anche la vista mi fosse venuta meno, avrei potuto ieri leggere e “vedere”, attraverso le dita delle mani, la descrizione tattile che lì è rimasta, pannello per pannello. E ci ho provato: a occhi chiusi, ho rilevato sbalzi e profondità, cavità e contorni che, con la luce vivida, erano semplicemente i panneggi del manto della Vergine.
Non c’erano prefiche, ma i lamenti erano assordanti. Il pianto misto a rabbia dei figli di Zancle, tradita dai suoi discendenti, tradita e martoriata da una classe “istituzionale” che di istituzione porta solo un’etichetta vuota.

E permettetemi una dura riflessione, applicabile in lungo e in largo: stiamo diventando sempre più una società asociale. I perni, le figure di riferimento, le guide di un popolo hanno denaturato e perso sempre più il loro ruolo di sostegno. Sì, li sentiamo pronunciare frasi fatte, quasi perfette — come oggi fa l’intelligenza artificiale —, parole altisonanti che ci scivolano addosso perché non c’è corrispondenza tra il sentire e l’agire. E questo ci rende sempre più insofferenti e indignati, anche se, nel nostro piccolo, finiamo per agire allo stesso modo.
Ricordo, da piccolo, che il “maestro” era tale e non si discuteva sul suo operato davanti a noi bambini; lo stesso valeva, soprattutto nei piccoli centri, per le altre figure di riferimento: il prete, il maresciallo dei Carabinieri, l’ufficiale postale… Oggi tutto è capovolto. Figuriamoci, dunque, quale peso possano mai avere, nell’immaginario collettivo, le istituzioni territorialmente più distanti.
Parlare per esperienza personale rafforza la ferita: il 29 ottobre 2025, proprio in quella Sala Cripta, promuovemmo come Pro Loco dei Casali Peloritani un tavolo di lavoro sul progetto “Custodi del Territorio”. Su dodici realtà istituzionali sollecitate a dialogare con la cittadinanza attiva — dalla Soprintendenza alla Curia, dal Nucleo Tutela dei Carabinieri alle direzioni scolastiche — risposero all’appello appena in tre: il Comune di Messina, la direzione del Museo Regionale e l’Assessorato Regionale al Turismo.

L’ultima slide di quella presentazione originale poneva un quesito fondamentale: “Cosa possiamo fare?”. Un segnale nitido che la disattenzione viene da lontano.

E tuttavia, nonostante lo sfacelo e la “commedia dell’arte” recitata a più livelli e in tutte le salse e “parlamenti”, resto fiducioso fintanto che liberi cittadini come Lelio provino a gettare semi di autentica e genuina partecipazione alla cosa pubblica, nel senso più alto del termine, senza confondersi con le confetture e le “marmellatine” che, da un luogo all’altro della gestione pubblica, mettono a capo chi aspira solo a consolidare una “carriera economica” o uno scatto di livello e che di nobiltà d’animo e onestà — non solo intellettuale — non sa proprio dove stiano di casa. Giovanni Quartarone








