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​«Quello che non cambi, lo accetti»: la lettera dal carcere di Aurelio Coppolino che interpella la nostra coscienza

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Pubblichiamo integralmente la lettera aperta firmata dall’ex amministratore unico della Viola Reggio Calabria, scritta di suo pugno da una cella all’alba. Un duro sfogo che intreccia vicende giudiziarie personali, denunce di presunte collusioni e una profonda riflessione etica sul valore della libertà e sulla fedeltà ai propri ideali, anche a costo del sacrificio personale.

​«Ucciditi!»

Se lo Stato vuole sconfiggere la mafia, deve suicidarsi.

— Leonardo Sciascia

​60 giorni di carcere. Da semplice indagato per diffamazione, che avrebbero rappresentato degli atti persecutori per un onorevole avvocato.

​8 anni di battaglia, iniziate con la mia denuncia del 2018, nella qualità di amministratore unico della Viola Reggio Calabria.

​«Ho avuto ragione quando avevo torto, e torto quando avevo ragione (nei tribunali)», mi disse tempo fa un caro amico, che ne ha passate come e più di me, pregandomi di non continuare a sfidare avvocati, magistrati e collusi vari con mafia e ndrangheta.

​Ma quale valore diamo noi oggi ai nostri valori e ai nostri ideali?

Siamo noi a stabilire il limite sotto o sopra il quale decidiamo di provare a far valere le nostre ragioni, oppure tale linea (più o meno immaginaria) viene definita al di fuori del nostro corpo, del nostro cuore, della nostra testa e della nostra coscienza?

​Credo, a chi mi segue da alcuni anni, sia chiaro il mio pensiero, a lui — con estremi sacrifici — provo sempre a dare seguito. «Quello che non cambi, lo accetti» non è solo il titolo del libro che sto tentando di finire, ma un manifesto di vita. Fare ciò che si ritiene giusto, a prescindere dalle conseguenze.

​60 giorni di carcere da semplice indagato per diffamazioni che avrebbero rappresentato degli atti persecutori per un onorevole avvocato.

​La libertà, come la sua negazione, è innanzitutto uno stato mentale. E io in questo momento, mentre alle 5 del mattino scrivo su un minuscolo tavolo dentro una striminzita cella, abitata da letti a castello dentro i quali fingono di dormire altri poveri cristi, mi sento libero.

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Pubblichiamo integralmente la lettera aperta firmata dall’ex amministratore unico della Viola Reggio Calabria, scritta di suo pugno da una cella all’alba. Un duro sfogo che intreccia vicende giudiziarie personali, denunce di presunte collusioni e una profonda riflessione etica sul valore della libertà e sulla fedeltà ai propri ideali, anche a costo del sacrificio personale.

​«Ucciditi!»

Se lo Stato vuole sconfiggere la mafia, deve suicidarsi.

— Leonardo Sciascia

​60 giorni di carcere. Da semplice indagato per diffamazione, che avrebbero rappresentato degli atti persecutori per un onorevole avvocato.

​8 anni di battaglia, iniziate con la mia denuncia del 2018, nella qualità di amministratore unico della Viola Reggio Calabria.

​«Ho avuto ragione quando avevo torto, e torto quando avevo ragione (nei tribunali)», mi disse tempo fa un caro amico, che ne ha passate come e più di me, pregandomi di non continuare a sfidare avvocati, magistrati e collusi vari con mafia e ndrangheta.

​Ma quale valore diamo noi oggi ai nostri valori e ai nostri ideali?

Siamo noi a stabilire il limite sotto o sopra il quale decidiamo di provare a far valere le nostre ragioni, oppure tale linea (più o meno immaginaria) viene definita al di fuori del nostro corpo, del nostro cuore, della nostra testa e della nostra coscienza?

​Credo, a chi mi segue da alcuni anni, sia chiaro il mio pensiero, a lui — con estremi sacrifici — provo sempre a dare seguito. «Quello che non cambi, lo accetti» non è solo il titolo del libro che sto tentando di finire, ma un manifesto di vita. Fare ciò che si ritiene giusto, a prescindere dalle conseguenze.

​60 giorni di carcere da semplice indagato per diffamazioni che avrebbero rappresentato degli atti persecutori per un onorevole avvocato.

​La libertà, come la sua negazione, è innanzitutto uno stato mentale. E io in questo momento, mentre alle 5 del mattino scrivo su un minuscolo tavolo dentro una striminzita cella, abitata da letti a castello dentro i quali fingono di dormire altri poveri cristi, mi sento libero.

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