Martedì 14 aprile 2026, presso l’aula Magnia, le classi quinte dell’Istituto L Da Vinci, diretto dalla Dirigente Scolastica, Prof Stefania Scolarto, per appunti di storia, hanno incontrato una gradita ospite , la prof.ssa Maria Germanotta, che ha condiviso il ricordo del padre, Fortunato Germanotta, a cui è stata conferita la Medaglia al Valor Civile. degli Internati Militari Italiani (I.M.I.). Attraverso le sue parole, una pagina di storia spesso dimenticata è diventata viva, toccando il cuore dei nostri studenti.
Così la storia dei Lager ritorna nei riconoscimenti d’Onore della Repubblica. Medaglia d’Onore al soldato IMI avv. Fortunato Germanotta, attribuita il 27 gennaio in occasione drnata per la Shoah e consegnata ai figli dal Prefetto di Messina, a un soldato IMI, l’avvocato Fortunato Germanotta da Naso (ME).
Fu un compagno iscritto al PCI nella federazione dei Nebrodi, al suo funerale, in tanti hanno partecipato indossando sotto la giacca un simbolo rosso. Quello dei soldati italiani prigionieri di guerra, deportati, dopo l’armistizio con gli Inglesi, nei campi di concentramento e sottoposti a ogni forma di umiliazione e di violenza è un altro volto drammatico della Seconda Guerra Mondiale. La storia di Fortunato Germanotta, è quella di uno dei tanti soldati divenuti improvvisamente solo un numero, uccisi dalla fame, dal freddo, dalle punizioni subite, così disperati, a volte, da preferire il suicidio. Forte d’animo, Fortunato Germanotta riuscì a resistere e, liberato nel ’45, tornò a casa, portando dentro di sé i segni di un’esperienza terribile ma orgoglioso di non essersi piegato al volere dei nazisti.

L’11 maggio 2006 il presidente Napolitano istituì una commissione per l’assegnazione delle Medaglie d’Onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra.
Il Prefetto di Messina, dr.ssa Francesca Ferrandino, consegno’ con una breve cerimonia la medaglia agli eredi dell’IMI decorato defunto, avv. Fortunato Germanotta da Naso (ME). E’ un risultato ottenuto dai figli, che hanno voluto dichiarare allo Stato la condizione inumana sofferta dal padre, meritevole del riconoscimento d’onore da parte della patria italiana, che nulla aveva indagato e a cui il soldato nulla aveva chiesto.
Si tratta di un riconoscimento dato a settant’anni dai fatti, segno che gli eredi chiedono conto alla Storia e ne tengono gran conto, per non dimenticare tutti coloro che nella Shoah furono coinvolti, caduti e sopravvissuti, in questo caso anche gli Internati Militari Italiani. La ricostruzione della vicenda di Fortunato Germanotta è infatti avvenuta tramite documentazioni e ricerche fatte dalla figlia Maria Ausilia, che della odierna medaglia d’onore è stata la curatrice presso lo Stato, documentazioni inserite in contesto storico precisamente datato e riportato di seguito in sunto.
Dopo l’armistizio di Cassibile, il giovane Germanotta si trovava a Pyrgosin Grecia, dove era giunto appena laureato in Giurisprudenza a Catania e subito arruolato, dove rifiutò di indossare la divisa nazifascista e di giurare fedeltà a Hitler. Venne caricato, con quei commilitoni che espressero lo stesso rifiuto, su vagoni merci ferroviari piombati, e trasferito in Germania nel Lager di Sandbostel, nei pressi di Brema, attraversando Grecia, Bulgaria, Ungheria: 23 giorni senza cibo né acqua.
800.000 donne e uomini in nome dei loro ideali hanno detto “no” all’arruolamento nelle schiere nazifasciste e nella Repubblica di Salò, con coraggio e dignità hanno rinunciato alla loro libertà, benché il rifiuto comportasse la deportazione in Germania. Si sentirono responsabili di una scelta di fronte alla vita, anche della nostra libertà, di quella nuova Italia da farsi e dei giovani che vi sarebbero vissuti.
Dal 25 luglio 1943 i tedeschi predisposero il piano Alarico, diventato poi Axe, destinato all’utilizzazione dei militari italiani prigionieri. Sarebbero stati privati dello status di prigionieri, cioè delle tutele internazionali riconosciute, per essere distribuiti al lavoro pesante dei Lager.
I lager/campi di raccolta per genocidio con maltrattamenti e stenti, erano gestiti dalle SS e dalla Gestapo: campi punitivi il cui motto sadico in previsione della morte era sempre quello noto: “il lavoro rende liberi”. Dopo la costituzione della Repubblica di Salò, Mussolini concesse ai nazisti di sfruttare i militari italiani togliendo loro lo status militare per cui sarebbe ricaduta l’applicazione sui prigionieri della convenzione di Ginevra del 1929: con quell’accordo passarono da IMI a “liberi lavoratori” e, definiti “merce da magazzino”, furono destinati al lavoro coatto e alla schiavitù dei tedeschi.
Con Fortunato Germanotta nel campo di Sandbostel,-stammlager o stalag127,XA-XB-c’erano Alessandro Natta, un fratello del futuro papa Montini, l’attore Gianrico Tedeschi, lo scrittore e giornalista Tonino Guerra, tanti professori universitari e intellettuali…
Contro l’abbrutimento, la disperata nostalgia delle famiglie, il dolore cupo e continuo, quegli uomini insieme non hanno mai dimenticato di essere civili, di avere un passato e un avvenire. S’inventarono con ironia seriosa la nascita della “regia università di Sandbostel”, dove molti misero a disposizione degli altri le proprie competenze, una scuola con lezioni ed esami, un teatro, conferenze, musica con strumenti di latta e vetro; sostennero la memoria dell’identità e della dignità umana contro l’abbrutimento in cui erano finiti.
Nel campo veniva praticata la demolizione della personalità dei prigionieri: maltrattamenti fisici e morali, fame, freddo, sporcizia, adunate di ore immobili (o fucilati), aggressioni, disprezzo, odio. Anche 250 cappellani militari hanno condiviso la stessa sorte, e con iniziative culturali e ricreative, furono anche loro partigiani della libertà (mitico fu don Pasa).
All’arrivo delle truppe alleate gli internati sopravvissuti uscirono da quei luoghi con il corpo, l’anima sarebbe restava impigliata nel filo spinato dell’ultimo cancello: senso di solitudine per la fine del gruppo, senso di fame, senso di colpa nei sopravvissuti, dolore per l’indifferenza nei confronti dei rimpatriati, paura, mutismo, rimozione, psicosi, tenerezza infinita in contrappeso.
L’avvocato Germanotta, Fortunato di nome e di fatto, smunto tanto che quando si ripresentò a casa i familiari si spaventarono e non lo riconobbero, non raccontò mai nulla alla famiglia che poi costruì, salvo essere scoperto dai figli a parlare in lingua tedesca con un turista durante una nuotata.
La guerra, qualunque guerra, sottopone l’uomo a un “indicibile” la cui ferita non è ripercorribile, pena l’alienazione, e il silenzio a quei martiri spesso è servito per sopravvivere. Fortunato volle che la sua piastrina fosse posta nella bara, la tessera più valida per presentarsi al Giudizio finale.
Un ringraziamento ai ragazzi per la sensibilità e l’attenzione dimostrate verso questo importante pilastro della nostra memoria collettiva.