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Il secolo di Francesco Mercadante

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Il 12 giugno 2026, i tanti colleghi e discepoli, hanno celebrato il secolo di vita del Professor Francesco Mercadante. Insegne accademico e filosofo del diritto, Mercadante rappresenta una delle anime più lucide della saggistica contemporanea. Ricostruire oggi la sua traiettoria intellettuale significa immergersi in una complessa geografia dell’anima che unisce le sue origini a Castroreale, il borgo della provincia tirrenica messinese da cui proveniva la famiglia, alla Messina del secondo dopoguerra, un territorio che si trasformò in un eccezionale e drammatico laboratorio di rinascita civile e speculativa.

Il legame di Mercadante con la città dello Stretto si sviluppa lungo due momenti fondamentali della sua giovinezza. Già negli anni Trenta, Messina aveva esercitato su di lui un fascino magnetico, poiché la ricostruzione post-sismica e le geometrie architettoniche d’avanguardia firmate da Angiolo Mazzoni, Marcello Piacentini e Cesare Bazzani offrivano lo spettacolo di una modernità che emergeva a fatica dalle rovine del terremoto del 1908. Tuttavia, è il ritorno come studente universitario nel secondo dopoguerra a ridefinire questa esperienza. I traumi del recente conflitto mondiale avevano costretto il giovane a un esodo forzato nella provincia, portandolo a rifugiarsi a Terme Vigliatore e a terminare gli studi liceali a Barcellona Pozzo di Gotto.

Al suo rientro, l’estasi adolescenziale per l’architettura nuova si tramutò in una riflessione profonda sulla memoria urbana e sulla storia contemporanea. In una città sospesa tra il trauma del passaggio dalla Monarchia alla Repubblica e la necessità di una rifondazione etica, l’Università divenne un faro per le giovani leve siciliane e calabresi. Fu in questo clima che Mercadante, dopo un primo anno alla facoltà di Lettere, scelse di passare a Giurisprudenza. Sotto la guida di maestri illustri come Salvatore Pugliatti, Angelo Falzea ed Enrico Paresce, il giovane apprese a concepire il diritto non come un mero apparato tecnico, ma come la struttura portante della convivenza umana. Tuttavia, il vero baricentro formativo di quegli anni rimase Vincenzo La Via, filosofo che aveva consumato la propria rottura con l’idealismo gentiliano per abbracciare un personalismo cristiano e un realismo metafisico aperto alla trascendenza. Divenuto “elettivo discepolo” di La Via, Mercadante entrò stabilmente nel cenacolo della prestigiosa rivista «Teoresi».

È in questo contesto che si inserì l’incontro decisivo con l’autodidatta Guido Ghersi, che Mercadante definirà “un inedito assoluto” della filosofia italiana. Impiegato come bibliotecario dell’Ateneo, una posizione apparentemente marginale ma che lo rendeva un crocevia culturale cruciale, Ghersi era di fatto il numero due del gruppo di La Via, interpretando in chiave radicale il personalismo messinese. Intellettuale irregolare, privo di una laurea formale a causa di studi frammentari tra Palermo e Roma, Ghersi incarnava una profonda tensione dialettica. Nato in una famiglia legata alla massoneria laica e razionalista, se ne era distaccato per aderire ai cenacoli simbolisti post-pascoliani di Enrico Cardile e Maurice Maeterlinck, esordendo nel 1912 su «Rassegna Contemporanea» con un saggio teso a superare il misticismo estetico in favore di un rigido moralismo dell’agire.

Il percorso di Ghersi fu plasmato da quattro grandi catastrofi storiche, rappresentate dal sisma del 1908, dalla prima guerra mondiale, dall’avvento del fascismo e dai bombardamenti del 1943. La sua fiera oppositione al regime, sancita nel 1925 dall’articolo La Barbarie Ritornata sul quotidiano L’Eco di Messina e delle Calabrie, lo condannò a un duro ostracismo e all’isolamento economico. Anche il controverso compromesso del 1937 con il saggio Mussolini, fabbro dello Stato venne da lui vissuto irrigidendo la politica entro uno schema provvidenzialistico vichiano.

Tuttavia, come ha evidenziato lo stesso Mercadante, l’aspetto più straordinario della parabola di Ghersi risiede nell’influenza esercitata sul giovane Giorgio La Pira negli anni compresi tra il 1923 e il 1925. Nella solitudine della provincia messinese, Ghersi fu il mentore che guidò la conversione di La Pira, instradandolo verso gli studi di Giambattista Vico e di Maurice Blondel. Il seme intellettuale piantato da Ghersi nella mente del futuro “sindaco-santo”, incentrato sull’idea di una teoria della persona fondata sull’atto che si fa rapporto, entrò così radicalmente nella storia d’Italia, gettando le basi di quel messianismo della pace che caratterizzò l’intera azione politica e sociale di La Pira.

Il ruolo di Francesco Mercadante, giunto oggi al secolo di vita, non è stato quello di un semplice biografo, ma di un vero e proprio custode e garante metafisico del pensiero di Ghersi, salvandolo dalla marginalità accademica a cui l’ambiente peloritano lo aveva relegato.

Mercadante è stato l’effettivo artefice della riscoperta critica del suo mentore. Nel 1983 ha infatti curato per Rizzoli l’editione postuma de La città e la selva, opera specchio della dottrina vichiana scritta da Ghersi negli anni Trenta. A corredo del volume ha firmato il fondamentale saggio Guido Ghersi e i bestioni della «Gran Selva», che offre l’esegesi canonica dell’opera, occupandosi parallelamente di preservare la corrispondenza epistolare tra Ghersi e La Pira, un documento insostituibile per mappare la genesi spirituale della classe dirigente cattolica del Novecento.

Al traguardo dei suoi cento anni, l’opera di mediazione di Francesco Mercadante si congeda come un grande atto di giustizia intellettuale. Attraverso il suo magistero, la figura di Ghersi e l’eredità di La Pira non rimangono confinate nell’archivio della memoria siciliana, ma si impongono come bussole per il presente, ricordandoci che l’affermazione dell’essere come essenziale relazione rimane l’unico argine possibile contro il totalismo filosofico e il ritorno di nuove barbarie.                                                   Domenico Mazza

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Il 12 giugno 2026, i tanti colleghi e discepoli, hanno celebrato il secolo di vita del Professor Francesco Mercadante. Insegne accademico e filosofo del diritto, Mercadante rappresenta una delle anime più lucide della saggistica contemporanea. Ricostruire oggi la sua traiettoria intellettuale significa immergersi in una complessa geografia dell’anima che unisce le sue origini a Castroreale, il borgo della provincia tirrenica messinese da cui proveniva la famiglia, alla Messina del secondo dopoguerra, un territorio che si trasformò in un eccezionale e drammatico laboratorio di rinascita civile e speculativa.

Il legame di Mercadante con la città dello Stretto si sviluppa lungo due momenti fondamentali della sua giovinezza. Già negli anni Trenta, Messina aveva esercitato su di lui un fascino magnetico, poiché la ricostruzione post-sismica e le geometrie architettoniche d’avanguardia firmate da Angiolo Mazzoni, Marcello Piacentini e Cesare Bazzani offrivano lo spettacolo di una modernità che emergeva a fatica dalle rovine del terremoto del 1908. Tuttavia, è il ritorno come studente universitario nel secondo dopoguerra a ridefinire questa esperienza. I traumi del recente conflitto mondiale avevano costretto il giovane a un esodo forzato nella provincia, portandolo a rifugiarsi a Terme Vigliatore e a terminare gli studi liceali a Barcellona Pozzo di Gotto.

Al suo rientro, l’estasi adolescenziale per l’architettura nuova si tramutò in una riflessione profonda sulla memoria urbana e sulla storia contemporanea. In una città sospesa tra il trauma del passaggio dalla Monarchia alla Repubblica e la necessità di una rifondazione etica, l’Università divenne un faro per le giovani leve siciliane e calabresi. Fu in questo clima che Mercadante, dopo un primo anno alla facoltà di Lettere, scelse di passare a Giurisprudenza. Sotto la guida di maestri illustri come Salvatore Pugliatti, Angelo Falzea ed Enrico Paresce, il giovane apprese a concepire il diritto non come un mero apparato tecnico, ma come la struttura portante della convivenza umana. Tuttavia, il vero baricentro formativo di quegli anni rimase Vincenzo La Via, filosofo che aveva consumato la propria rottura con l’idealismo gentiliano per abbracciare un personalismo cristiano e un realismo metafisico aperto alla trascendenza. Divenuto “elettivo discepolo” di La Via, Mercadante entrò stabilmente nel cenacolo della prestigiosa rivista «Teoresi».

È in questo contesto che si inserì l’incontro decisivo con l’autodidatta Guido Ghersi, che Mercadante definirà “un inedito assoluto” della filosofia italiana. Impiegato come bibliotecario dell’Ateneo, una posizione apparentemente marginale ma che lo rendeva un crocevia culturale cruciale, Ghersi era di fatto il numero due del gruppo di La Via, interpretando in chiave radicale il personalismo messinese. Intellettuale irregolare, privo di una laurea formale a causa di studi frammentari tra Palermo e Roma, Ghersi incarnava una profonda tensione dialettica. Nato in una famiglia legata alla massoneria laica e razionalista, se ne era distaccato per aderire ai cenacoli simbolisti post-pascoliani di Enrico Cardile e Maurice Maeterlinck, esordendo nel 1912 su «Rassegna Contemporanea» con un saggio teso a superare il misticismo estetico in favore di un rigido moralismo dell’agire.

Il percorso di Ghersi fu plasmato da quattro grandi catastrofi storiche, rappresentate dal sisma del 1908, dalla prima guerra mondiale, dall’avvento del fascismo e dai bombardamenti del 1943. La sua fiera oppositione al regime, sancita nel 1925 dall’articolo La Barbarie Ritornata sul quotidiano L’Eco di Messina e delle Calabrie, lo condannò a un duro ostracismo e all’isolamento economico. Anche il controverso compromesso del 1937 con il saggio Mussolini, fabbro dello Stato venne da lui vissuto irrigidendo la politica entro uno schema provvidenzialistico vichiano.

Tuttavia, come ha evidenziato lo stesso Mercadante, l’aspetto più straordinario della parabola di Ghersi risiede nell’influenza esercitata sul giovane Giorgio La Pira negli anni compresi tra il 1923 e il 1925. Nella solitudine della provincia messinese, Ghersi fu il mentore che guidò la conversione di La Pira, instradandolo verso gli studi di Giambattista Vico e di Maurice Blondel. Il seme intellettuale piantato da Ghersi nella mente del futuro “sindaco-santo”, incentrato sull’idea di una teoria della persona fondata sull’atto che si fa rapporto, entrò così radicalmente nella storia d’Italia, gettando le basi di quel messianismo della pace che caratterizzò l’intera azione politica e sociale di La Pira.

Il ruolo di Francesco Mercadante, giunto oggi al secolo di vita, non è stato quello di un semplice biografo, ma di un vero e proprio custode e garante metafisico del pensiero di Ghersi, salvandolo dalla marginalità accademica a cui l’ambiente peloritano lo aveva relegato.

Mercadante è stato l’effettivo artefice della riscoperta critica del suo mentore. Nel 1983 ha infatti curato per Rizzoli l’editione postuma de La città e la selva, opera specchio della dottrina vichiana scritta da Ghersi negli anni Trenta. A corredo del volume ha firmato il fondamentale saggio Guido Ghersi e i bestioni della «Gran Selva», che offre l’esegesi canonica dell’opera, occupandosi parallelamente di preservare la corrispondenza epistolare tra Ghersi e La Pira, un documento insostituibile per mappare la genesi spirituale della classe dirigente cattolica del Novecento.

Al traguardo dei suoi cento anni, l’opera di mediazione di Francesco Mercadante si congeda come un grande atto di giustizia intellettuale. Attraverso il suo magistero, la figura di Ghersi e l’eredità di La Pira non rimangono confinate nell’archivio della memoria siciliana, ma si impongono come bussole per il presente, ricordandoci che l’affermazione dell’essere come essenziale relazione rimane l’unico argine possibile contro il totalismo filosofico e il ritorno di nuove barbarie.                                                   Domenico Mazza

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