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Caso Coppolino: la difesa attacca il “Sistema Barcellona” e la gestione dei pentiti

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BARCELLONA P.G. – Il caso giudiziario del blogger Aurelio Coppolino, trasferito in carcere con l’accusa di diffamazione aggravata e atti persecutori ai danni del deputato Tommaso Calderone, si trasforma in un duro atto d’accusa contro il sistema investigativo locale.

​Durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il difensore Ugo Colonna, l’ex presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra e il giornalista Enzo Basso, il focus si è spostato sulla gestione dei principali collaboratori di giustizia del Messinese degli ultimi vent’anni.

I punti chiave emersi dall’incontro:

​Il “gesto estremo” del carcere: L’avvocato Colonna ha spiegato che Coppolino, dopo aver consegnato ai magistrati oltre 350 pagine di informative del ROS e documenti senza riscontri immediati, ha violato i domiciliari per farsi arrestare pur di costringere le istituzioni ad ascoltarlo e non farsi processare nel silenzio.

I dubbi sui superpentiti: La difesa ha messo apertamente in discussione l’attendibilità di collaboratori eccellenti come Carmelo D’Amico – le cui accuse contro l’ex magistrato Olindo Canali sono state giudicate false in Tribunale – e Carmelo Bisognano, recentemente condannato a 4 anni e 7 mesi per i fatti di Mazzarrà. Secondo il legale, molti verbali del passato andrebbero urgentemente verificati.

L’affondo di Nicola Morra: L’ex senatore ha denunciato la rapidità del sequestro dei canali social del blogger rispetto ai sette anni attesi dallo stesso come parte civile in altri processi. Morra ha inoltre richiamato il caso di un’interrogazione parlamentare su Bisognano del 2017, ritirata dall’allora senatore Gaetti a causa di pesanti pressioni e intimidazioni rimaste insolute.

​Mentre il deputato Calderone respinge fermamente ogni addebito rivendicando la propria totale estraneità e legalità, la difesa lancia un appello alla società civile barcellonese affinché rompa il silenzio contro i consolidati sistemi di potere locali.

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BARCELLONA P.G. – Il caso giudiziario del blogger Aurelio Coppolino, trasferito in carcere con l’accusa di diffamazione aggravata e atti persecutori ai danni del deputato Tommaso Calderone, si trasforma in un duro atto d’accusa contro il sistema investigativo locale.

​Durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il difensore Ugo Colonna, l’ex presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra e il giornalista Enzo Basso, il focus si è spostato sulla gestione dei principali collaboratori di giustizia del Messinese degli ultimi vent’anni.

I punti chiave emersi dall’incontro:

​Il “gesto estremo” del carcere: L’avvocato Colonna ha spiegato che Coppolino, dopo aver consegnato ai magistrati oltre 350 pagine di informative del ROS e documenti senza riscontri immediati, ha violato i domiciliari per farsi arrestare pur di costringere le istituzioni ad ascoltarlo e non farsi processare nel silenzio.

I dubbi sui superpentiti: La difesa ha messo apertamente in discussione l’attendibilità di collaboratori eccellenti come Carmelo D’Amico – le cui accuse contro l’ex magistrato Olindo Canali sono state giudicate false in Tribunale – e Carmelo Bisognano, recentemente condannato a 4 anni e 7 mesi per i fatti di Mazzarrà. Secondo il legale, molti verbali del passato andrebbero urgentemente verificati.

L’affondo di Nicola Morra: L’ex senatore ha denunciato la rapidità del sequestro dei canali social del blogger rispetto ai sette anni attesi dallo stesso come parte civile in altri processi. Morra ha inoltre richiamato il caso di un’interrogazione parlamentare su Bisognano del 2017, ritirata dall’allora senatore Gaetti a causa di pesanti pressioni e intimidazioni rimaste insolute.

​Mentre il deputato Calderone respinge fermamente ogni addebito rivendicando la propria totale estraneità e legalità, la difesa lancia un appello alla società civile barcellonese affinché rompa il silenzio contro i consolidati sistemi di potere locali.

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