Da avvocato ma, soprattutto, da sorella di una donna uccisa che stasera ha incontrato il fratello di Daniela, non posso esimermi da dire ciò che penso.
Daniela Zinnanti non è morta per fatalità, è stata uccisa da un uomo che aveva già dimostrato, in modo reiterato, di essere violento. Lo aveva denunciato più volte, era finita in ospedale per le sue aggressioni, con lesioni gravi. Quell’uomo aveva anche precedenti per maltrattamenti nei confronti di un’altra donna, eppure non era in carcere, era agli arresti domiciliari, senza braccialetto elettronico.
È uscito, l’ha raggiunta e l’ha uccisa con una violenza inaudita.
Questa non è solo una tragedia: è il fallimento dell’applicazione della legge cautelare. Il nostro ordinamento è chiarissimo. Gli artt. 273, 274 e 275 c.p.p. impongono che, in presenza di gravi indizi e di un concreto e attuale pericolo di reiterazione, il giudice scelga una misura adeguata e proporzionata a neutralizzare il rischio. Qui il rischio non era astratto: era già in atto, progressivo, aggravato, documentato. In un contesto del genere, gli arresti domiciliari sono una misura inadeguata. E lo sono ancor di più senza braccialetto elettronico. Perché se una misura necessita di un controllo per essere efficace e quel controllo non c’è, allora quella misura è giuridicamente inidonea. Il codice non consente scorciatoie: quando una misura è inadeguata, se ne deve applicare una più grave, non una più debole.
È qui che emerge la responsabilità.
Il GIP non ha semplicemente fatto una scelta opinabile: ha errato nella selezione della misura cautelare, violando il principio di adeguatezza e lasciando un rischio concreto privo di reale contenimento. E il richiamo alla mancanza del braccialetto non è una giustificazione: è la prova che la misura scelta non era eseguibile in modo sicuro e quindi non doveva essere applicata. C’è poi un altro equivoco che va chiarito.
Il principio garantista secondo cui è meglio un colpevole fuori che un innocente in carcere non può essere applicato in modo automatico alle misure cautelari, soprattutto nei casi di violenza domestica. Qui non si bilancia una libertà astratta con un’accusa ancora da verificare. Qui si bilancia una temporanea restrizione della libertà personale con la vita e l’incolumità concreta di una persona già esposta a violenza. E quando il rischio di reiterazione è elevato, specifico e già dimostrato, lasciare il soggetto libero o semi-libero non è garantismo: è sottovalutazione del pericolo. È uno spostamento del rischio sulla vittima. È un errore. Tra una compressione temporanea della libertà dell’indagato e la possibilità concreta di un omicidio, l’ordinamento non ha dubbi su quale valore debba prevalere.
Quando questo non viene compreso, non siamo davanti a una diversa interpretazione: siamo davanti a un difetto di applicazione della legge e, soprattutto, a un errore nella scala dei valori. Daniela Zinnanti non è stata uccisa solo dal suo aggressore. È stata uccisa anche da una decisione cautelare inadeguata. E questo deve essere detto con chiarezza.
Silvia Gambadoro







