BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME) – Dagli arresti domiciliari alla cella di un penitenziario, con il sigillo del Tribunale della Libertà. Si aggrava bruscamente e trova conferma nelle aule di giustizia la misura cautelare a carico del dottor Aurelio Coppolino, il professionista di 46 anni originario di Barcellona Pozzo di Gotto, accusato di molestie e atti persecutori perpetrati attraverso i canali social.
Nella giornata di ieri, gli agenti di polizia del Commissariato barcellonese hanno dato esecuzione al provvedimento di traduzione in carcere. Una svolta che arriva a ridosso della decisione del Tribunale del Riesame di Messina che – in funzione di collegio presieduto dalla dott.ssa Maria Vermiglio (a latere i giudici dott.ssa Letteria Silipigni e dott. Antonino Aliberti) – ha ufficialmente confermato l’ordinanza restrittiva originariamente emessa il 19 giugno 2026 dal GIP del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto.
Il provvedimento iniziale, che prevedeva i domiciliari con braccialetto elettronico (art. 275 bis c.p.p.) e il divieto di comunicazione, è stato nel frattempo sostituito con la custodia cautelare in carcere proprio a causa delle reiterate condotte dell’indagato.
Il trasferimento in cella è giunto al culmine di ore convulse. Coppolino, secondo quanto riferito dal suo legale, si era presentato spontaneamente e per ben tre volte nell’arco di appena cinque ore presso diverse forze dell’ordine (il Commissariato, il carcere e infine i Carabinieri) nel tentativo di evitare di «farsi processare nel silenzio». Un comportamento che ha spinto il Giudice a disporre l’immediato aggravamento per tutelare la vittima.
La complessa vicenda affonda le radici nelle ripetute querele presentate negli ultimi due mesi dall’avvocato e parlamentare Tommaso Calderone. Al centro del contenzioso vi sono le reiterate esternazioni pubbliche via social da parte di Coppolino, caratterizzate da toni di forte invettiva e derisione, riguardanti presunti fatti a carico del deputato. Nelle sue denunce, Calderone ha lamentato come tali attacchi – da lui definiti totalmente falsi nel contenuto – gli abbiano provocato un grave stato d’ansia, costringendolo a farsi accompagnare nei propri spostamenti quotidiani per il timore generato dalla situazione.
Inizialmente l’ipotesi di reato per stalking aveva portato al sequestro preventivo dei dispositivi digitali e dei profili social del medico. Successivamente, visto il prosieguo delle pubblicazioni, erano scattati gli arresti domiciliari. Una misura che, secondo la dura nota diffusa dall’avvocato difensore Ugo Colonna, avrebbe avuto il reale e unico obiettivo di «chiudere la bocca» al proprio assistito.
Il caso era entrato formalmente nel vivo lo scorso 26 giugno durante l’interrogatorio di garanzia. In quella sede, il dottor Coppolino aveva depositato nelle mani del Gip e del Pubblico Ministero un corposo faldone di circa 350 pagine, contenente denunce dei Carabinieri rimaste senza seguito e annotazioni delle forze dell’ordine.
Secondo la tesi difensiva, iniziata a diffondersi pubblicamente ad aprile mentre l’indagato si trovava a Pisa, tali documenti dimostrerebbero un presunto ruolo di Calderone nell’agevolare l’affermazione della “nuova” mafia a Barcellona Pozzo di Gotto negli ultimi quindici anni; elementi che, secondo Coppolino, lo renderebbero «immeritevole di partecipare a competizioni elettorali». La difesa segnalava inoltre la presenza di presunte dichiarazioni di collaboratori che sarebbero volte a smentire i verbali d’accusa.
Tuttavia, il Giudice ha ritenuto la documentazione fornita «frammentaria» e priva di sentenze a carico del deputato. Di conseguenza, l’impianto accusatorio ha retto anche davanti al Tribunale del Riesame di Messina che, dopo l’udienza del 9 luglio, ha depositato il 10 luglio il dispositivo che conferma le esigenze cautelari e condanna Coppolino al pagamento delle spese del procedimento.
Il provvedimento e il successivo trasferimento in carcere hanno sollevato l’immediata e netta reazione dell’avvocato Ugo Colonna, che in un comunicato stampa ha espresso una dura denuncia per quella che definisce una «palese violazione dell’articolo 21 della Costituzione», che tutela la libertà di manifestazione del pensiero.
«Non è mai successo in Italia – dichiara fermamente il legale nella nota – che per un reato di opinione un cittadino venga ristretto in carcere». L’avvocato Colonna conclude l’intervento esprimendo l’auspicio che, pur dietro le sbarre della struttura penitenziaria (il cui Direttore è già stato formalmente informato dal Tribunale per gli adempimenti di rito), non venga negato al dottor Coppolino «l’utilizzo della penna e della carta per continuare ad esplicitare il suo pensiero».








