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La Vara, il Museo ferito e l’identità vuota: il mea culpa che Messina non sa fare

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Tra la devozione popolare del 15 agosto e lo scasso alla nostra memoria, una riflessione sull’eredità morale e sulla crisi etica della città.

Di Giovanni Quartarone  

​Il 15 agosto sono stato tutta la giornata a Messina. A piedi dal centro ho raggiunto Piazza Castronovo e, ad appena un metro dal Cippo — la base della macchina votiva —, ho assistito alla partenza e seguito la Vara lungo tutto il percorso fino al rientro in Piazza Duomo, con Messa inclusa. Tornato sui colli oltre la mezzanotte, sudato, stremato e carico di emozioni, avevo l’intenzione di condividere la gioia per il trionfo della nostra città. Poi, al risveglio, le notizie sul furto al Museo Regionale hanno gelato ogni entusiasmo, trasformando la festa in un senso di lutto e di rabbia.

​Ripeteva mia madre una saggia verità tramandata dai nonni: «Cianciri o mortu su lacrimi persi» o ancora «u mortu è mortu e u friscalettu non sona cchiù». Oggi leggo ovunque la caccia al colpevole. Tutti, compreso me, abbiamo la necessità di dire la nostra, di salire sul palcoscenico della commedia in corso senza però recitare il doveroso mea culpa. Siamo arrivati al di là della frutta, pieni di niente, alla ricerca di un ruolo o di un personaggio da interpretare nella forma, senza averlo nutrito di sostanza morale ed etica.

​Antonello, il maestro, che orgogliosamente firmava le sue opere con il nome della città che gli ha dato i natali, è per l’umanità un genio creatore, uno fra i pochi uomini che vivono oltre la morte. E noi ci “fregiamo” di averlo come nostro concittadino; noi ci riempiamo la bocca nel raccontare i fasti, i miti, la potenza, la bellezza della Nobile Città di Messina… Chiacchiere su chiacchiere, quando nella quotidianità del tempo presente siamo insensibili, irrispettosi e incapaci di essere grati “eredi e custodi” di un passato glorioso. Tutto ha inizio nelle famiglie, nel piccolo nucleo in cui manca l’ABC del senso del dovere: i nonni non sono più l’esperienza o la saggezza acquisita nelle lotte giornaliere, ma diventano un peso inutile, uno scarto da riporre.

​Mi direte: che c’entra tutto questo con lo scassinamento della casa della memoria? C’entra, eccome. Quello che è successo ce lo siamo meritati: siamo una società malata. Ho conosciuto la direttrice del Museo lo scorso mese di ottobre a un tavolo di lavoro organizzato dalla Pro Loco insieme a Museo, Comune e Regione. Gli altri invitati sono rimasti a casa — intendo quegli Enti invitati che avrebbero il ruolo precipuo di salvaguardare, promuovere e tutelare i beni culturali. Ho visto e toccato con mano quanto la direttrice si prodighi con le esigue risorse che giungono dagli enti preposti. Lo Stato — cioè noi che lo eleggiamo — non è né di aiuto né di supporto verso l’aspetto culturale, e capita che gli 舆 assessori al ramo siano lasciati “senza portafoglio”, con tutto ciò che ne consegue.

​In quell’occasionee, mentre rivedevo il polittico e le opere esposte (compreso il vasellame calatino proveniente dall’antica farmacia Lentini di Castanea), ho visto un personale attento sì, ossequioso del compito, ma non entusiasta. Anche qui, la politica dei concorsi, la politica delle professioni “a tentoni”, mortifica e svilisce l’essere umano nelle sue capacità e nei suoi orientamenti: obbliga per un tozzo di pane a ricoprire ruoli dei quali non si ha il minimo interesse. E i risultati sono quelli che vediamo quotidianamente quando ci raffrontiamo con professionalità delicate e complesse: dal medico all’infermiere, fino a psicologi, assistenti sociali o maestre di sostegno divenuti tali solo perché rappresenta l’unico viatico per accelerare l’inserimento nel mondo della scuola, per non parlare persino di alcuni ministri di culto di varie confessioni. Ci troviamo così di fronte a macchine senza anima in ruoli dove l’empatia e la vocazione dovrebbero essere tutto.

​Eppure, il popolo della Vara ha dimostrato di avere ancora un cuore genuino. In Piazza Duomo ho visto un’umanità che si guardava negli occhi senza l’intermediazione dello schermo di un telefono, capace di pregare con la sola presenza e con il sudore sulle funi, lontana dalle giaculatorie formali recitate a un microfono.

​La Cattedrale di Messina, risorta più volte dalle proprie ceneri, e la stessa macchina della Vara raccontano una storia di trasformazione e rinascita. Ma la rinascita della città non avverrà finché non smetteremo di essere eredi distratti e non torneremo ad assumerci la responsabilità etica, morale e professionale della nostra memoria e del nostro lavoro.

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Tra la devozione popolare del 15 agosto e lo scasso alla nostra memoria, una riflessione sull’eredità morale e sulla crisi etica della città.

Di Giovanni Quartarone  

​Il 15 agosto sono stato tutta la giornata a Messina. A piedi dal centro ho raggiunto Piazza Castronovo e, ad appena un metro dal Cippo — la base della macchina votiva —, ho assistito alla partenza e seguito la Vara lungo tutto il percorso fino al rientro in Piazza Duomo, con Messa inclusa. Tornato sui colli oltre la mezzanotte, sudato, stremato e carico di emozioni, avevo l’intenzione di condividere la gioia per il trionfo della nostra città. Poi, al risveglio, le notizie sul furto al Museo Regionale hanno gelato ogni entusiasmo, trasformando la festa in un senso di lutto e di rabbia.

​Ripeteva mia madre una saggia verità tramandata dai nonni: «Cianciri o mortu su lacrimi persi» o ancora «u mortu è mortu e u friscalettu non sona cchiù». Oggi leggo ovunque la caccia al colpevole. Tutti, compreso me, abbiamo la necessità di dire la nostra, di salire sul palcoscenico della commedia in corso senza però recitare il doveroso mea culpa. Siamo arrivati al di là della frutta, pieni di niente, alla ricerca di un ruolo o di un personaggio da interpretare nella forma, senza averlo nutrito di sostanza morale ed etica.

​Antonello, il maestro, che orgogliosamente firmava le sue opere con il nome della città che gli ha dato i natali, è per l’umanità un genio creatore, uno fra i pochi uomini che vivono oltre la morte. E noi ci “fregiamo” di averlo come nostro concittadino; noi ci riempiamo la bocca nel raccontare i fasti, i miti, la potenza, la bellezza della Nobile Città di Messina… Chiacchiere su chiacchiere, quando nella quotidianità del tempo presente siamo insensibili, irrispettosi e incapaci di essere grati “eredi e custodi” di un passato glorioso. Tutto ha inizio nelle famiglie, nel piccolo nucleo in cui manca l’ABC del senso del dovere: i nonni non sono più l’esperienza o la saggezza acquisita nelle lotte giornaliere, ma diventano un peso inutile, uno scarto da riporre.

​Mi direte: che c’entra tutto questo con lo scassinamento della casa della memoria? C’entra, eccome. Quello che è successo ce lo siamo meritati: siamo una società malata. Ho conosciuto la direttrice del Museo lo scorso mese di ottobre a un tavolo di lavoro organizzato dalla Pro Loco insieme a Museo, Comune e Regione. Gli altri invitati sono rimasti a casa — intendo quegli Enti invitati che avrebbero il ruolo precipuo di salvaguardare, promuovere e tutelare i beni culturali. Ho visto e toccato con mano quanto la direttrice si prodighi con le esigue risorse che giungono dagli enti preposti. Lo Stato — cioè noi che lo eleggiamo — non è né di aiuto né di supporto verso l’aspetto culturale, e capita che gli 舆 assessori al ramo siano lasciati “senza portafoglio”, con tutto ciò che ne consegue.

​In quell’occasionee, mentre rivedevo il polittico e le opere esposte (compreso il vasellame calatino proveniente dall’antica farmacia Lentini di Castanea), ho visto un personale attento sì, ossequioso del compito, ma non entusiasta. Anche qui, la politica dei concorsi, la politica delle professioni “a tentoni”, mortifica e svilisce l’essere umano nelle sue capacità e nei suoi orientamenti: obbliga per un tozzo di pane a ricoprire ruoli dei quali non si ha il minimo interesse. E i risultati sono quelli che vediamo quotidianamente quando ci raffrontiamo con professionalità delicate e complesse: dal medico all’infermiere, fino a psicologi, assistenti sociali o maestre di sostegno divenuti tali solo perché rappresenta l’unico viatico per accelerare l’inserimento nel mondo della scuola, per non parlare persino di alcuni ministri di culto di varie confessioni. Ci troviamo così di fronte a macchine senza anima in ruoli dove l’empatia e la vocazione dovrebbero essere tutto.

​Eppure, il popolo della Vara ha dimostrato di avere ancora un cuore genuino. In Piazza Duomo ho visto un’umanità che si guardava negli occhi senza l’intermediazione dello schermo di un telefono, capace di pregare con la sola presenza e con il sudore sulle funi, lontana dalle giaculatorie formali recitate a un microfono.

​La Cattedrale di Messina, risorta più volte dalle proprie ceneri, e la stessa macchina della Vara raccontano una storia di trasformazione e rinascita. Ma la rinascita della città non avverrà finché non smetteremo di essere eredi distratti e non torneremo ad assumerci la responsabilità etica, morale e professionale della nostra memoria e del nostro lavoro.

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