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Sicilia, oltre 6 miliardi di euro prodotti dal lavoro nero

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In Italia un esercito di oltre 2,6 milioni di persone lavora in nero e di queste poco meno del 10 per cento risiede in Sicilia. Ben 221.000 lavoratori costretti a tirarsi su le maniche in diversi settori, agricoltura e assistenza alla persona in particolare, senza alcuna tutela e con salari da fame. Un danno per chi è costretto a subire il ricatto, ma anche per le casse dello Stato visto che il valore aggiunto prodotto in modo irregolare nella sola Sicilia è stimato in oltre 6 miliardi di euro all’anno su un totale di 77 miliardi a livello nazionale. Peggio, nell’ordine, soltanto Campania e Calabria. Ai piedi del podio, si piazza la Puglia. Un per nulla invidiabile bronzo assegnato alla Sicilia, dunque, dallo studio condotto dalla Cgia di Mestre, basato su dati Istat consolidati al 2023. E se è vero che il 35,7 per cento del lavoro nero si concentra al Sud, è altrettanto vero che il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio anche al Nord finora meno permeabile a questo tipo di malaffare.

 

Le conseguenze non ricadono soltanto sui lavoratori vittime – spesso anche complici magari per mantenere l’accesso ai vari assegni sociali – di questi abusi, ma anche sulle imprese oneste, che rispettano le regole e applicano correttamente i contratti di lavoro. Oltre che sullo Stato – vale a dire su tutti i cittadini onesti costretti a pagare di più per avere di meno – che non solo non incassa gli oneri fiscali, ma in molti casi continua a sborsare assegni non dovuti. Al danno si aggiunge la beffa.

Il numero dei lavoratori in nero stimato in Sicilia – poco più di 221.000 secondo la Cgia di Mestre – impressiona ancor di più se valutato alla luce dei dipendenti regolari censiti dall’Inps. Questi ultimi, infatti, per quanto riguarda i lavori domestici sono soltanto 33.168 nel 2023 (anno a cui si riferisce la fotografia scattata dall’organizzazione di categoria sulla base dei dati Istat), scesi addirittura a 31.861 nel 2024. Nell’agricoltura, invece, i lavoratori regolari nel 2024 erano 136.748. La somma dei dipendenti regolari di questi due comparti non raggiunge quella dei lavoratori in nero.

Qualcosa non funzionerà nel sistema dei controlli? La relazione sull’attività di controllo svolta dall’Ispettorato nazionale del Lavoro nel 2023 dice che in Sicilia sono stati eseguiti 711 accessi nelle aziende, di cui solo 524 ispezioni e 187 accertamenti. In agricoltura le ispezioni sono state appena 47, un po’ di più nel settore delle costruzioni, 137, e 106 nel comparto della ristorazione e alberghi. Nell’82,8 per cento dei casi sono emerse irregolarità. In particolare, appena 76 i lavoratori in nero scovati dagli ispettori, che hanno però accertato violazioni del contratto per 336 dipendenti e addirittura 471 casi in cui era a rischio la salute e la sicurezza.

Una goccia nel mare che certifica come per imprese disoneste e lavoratori complici il rischio è vicino allo zero e il vantaggio che deriva da anni di malaffare è decisamente più grande delle eventuali conseguenze che possono arrivare in seguito a una decisamente poco probabile ispezione.

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In Italia un esercito di oltre 2,6 milioni di persone lavora in nero e di queste poco meno del 10 per cento risiede in Sicilia. Ben 221.000 lavoratori costretti a tirarsi su le maniche in diversi settori, agricoltura e assistenza alla persona in particolare, senza alcuna tutela e con salari da fame. Un danno per chi è costretto a subire il ricatto, ma anche per le casse dello Stato visto che il valore aggiunto prodotto in modo irregolare nella sola Sicilia è stimato in oltre 6 miliardi di euro all’anno su un totale di 77 miliardi a livello nazionale. Peggio, nell’ordine, soltanto Campania e Calabria. Ai piedi del podio, si piazza la Puglia. Un per nulla invidiabile bronzo assegnato alla Sicilia, dunque, dallo studio condotto dalla Cgia di Mestre, basato su dati Istat consolidati al 2023. E se è vero che il 35,7 per cento del lavoro nero si concentra al Sud, è altrettanto vero che il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio anche al Nord finora meno permeabile a questo tipo di malaffare.

 

Le conseguenze non ricadono soltanto sui lavoratori vittime – spesso anche complici magari per mantenere l’accesso ai vari assegni sociali – di questi abusi, ma anche sulle imprese oneste, che rispettano le regole e applicano correttamente i contratti di lavoro. Oltre che sullo Stato – vale a dire su tutti i cittadini onesti costretti a pagare di più per avere di meno – che non solo non incassa gli oneri fiscali, ma in molti casi continua a sborsare assegni non dovuti. Al danno si aggiunge la beffa.

Il numero dei lavoratori in nero stimato in Sicilia – poco più di 221.000 secondo la Cgia di Mestre – impressiona ancor di più se valutato alla luce dei dipendenti regolari censiti dall’Inps. Questi ultimi, infatti, per quanto riguarda i lavori domestici sono soltanto 33.168 nel 2023 (anno a cui si riferisce la fotografia scattata dall’organizzazione di categoria sulla base dei dati Istat), scesi addirittura a 31.861 nel 2024. Nell’agricoltura, invece, i lavoratori regolari nel 2024 erano 136.748. La somma dei dipendenti regolari di questi due comparti non raggiunge quella dei lavoratori in nero.

Qualcosa non funzionerà nel sistema dei controlli? La relazione sull’attività di controllo svolta dall’Ispettorato nazionale del Lavoro nel 2023 dice che in Sicilia sono stati eseguiti 711 accessi nelle aziende, di cui solo 524 ispezioni e 187 accertamenti. In agricoltura le ispezioni sono state appena 47, un po’ di più nel settore delle costruzioni, 137, e 106 nel comparto della ristorazione e alberghi. Nell’82,8 per cento dei casi sono emerse irregolarità. In particolare, appena 76 i lavoratori in nero scovati dagli ispettori, che hanno però accertato violazioni del contratto per 336 dipendenti e addirittura 471 casi in cui era a rischio la salute e la sicurezza.

Una goccia nel mare che certifica come per imprese disoneste e lavoratori complici il rischio è vicino allo zero e il vantaggio che deriva da anni di malaffare è decisamente più grande delle eventuali conseguenze che possono arrivare in seguito a una decisamente poco probabile ispezione.

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