Il calcio ama raccontarsi come un linguaggio universale, un’arena democratica dove contano solo il talento, il merito e il rispetto delle regole. “Il calcio unisce il mondo”, recitano gli slogan della FIFA. Poi, però, la realtà bussa alla porta e ci ricorda che i confini, i passaporti e i pregiudizi pesano ancora tragicamente più di un fischietto d’oro.Il caso di Omar Artan, l’arbitro somalo a cui gli Stati Uniti hanno negato il visto – e di conseguenza la possibilità di coronare il sogno di una carriera dirigendo ai Mondiali – è l’ennesimo cortocircuito di un sistema che si professa inclusivo a parole, ma si dimostra selettivo nei fatti. La UEFA ha prontamente risposto assegnandogli la direzione della finale di Supercoppa Europea tra PSG e Aston Villa. Un gesto di riparazione importante, un “onore” istituzionale che rende giustizia al valore tecnico dell’arbitro. Ma basta una pezza dorata a coprire una ferita così profonda?
La Geopolitica dell’Esclusione
Quando la discriminazione non passa per i beceri insulti dagli spalti, si traveste da burocrazia. Negare a un professionista africano il diritto di fare il proprio lavoro su un palcoscenico mondiale non è solo una questione di visti respinti: è una forma di razzismo sistemico e geopolitico.
Il messaggio che passa è devastante: puoi essere il migliore nel tuo campo, ma se vieni dal posto “sbagliato” del mondo, i tuoi diritti diventano negoziabili.
Com’è possibile che la FIFA non abbia preso una posizione forte? Se il problema erano gli Stati Uniti, perché non tutelare Artan facendogli dirigere i match ospitati in Messico o in Canada?
La risposta, purtroppo, sta nel silenzio assordante dei vertici del calcio mondiale, troppo spesso inclini a chinare la testa davanti alle decisioni politiche dei colossi economici.
Il Silenzio dei Colleghi e la Voce della Piazza
La reazione del pubblico e dei tifosi sui social – come emerso chiaramente dal dibattito sollevato dal Giornale del Calcio – mette a nudo la vera nota dolente di questa vicenda: la mancanza di solidarietà interna.
Mentre gli appassionati invocano gesti di rottura, il mondo arbitrale e le federazioni sono rimasti in silenzio. I commenti della piazza interpellano direttamente la coscienza del movimento:
L’assenza di corporativismo sano: Perché l’associazione arbitri non ha fatto muro comune per difendere un proprio collega?
L’ipocrisia delle campagne di sensibilizzazione: ha ancora senso inginocchiarsi prima delle partite o esibire la patch “No to Racism” sulla manica se poi si accetta passivamente l’esclusione di un professionista in base alla sua nazionalità?
Il rischio è che la lotta alle discriminazioni nel calcio rimanga una splendida operazione di marketing, una passata di vernice fresca su un edificio dalle fondamenta scricchiolanti.
Oltre il “Bel Gesto” della UEFA
Il designatore UEFA ha fatto la mossa giusta, dimostrando che il valore di Omar Artan è indiscutibile. Vedere un arbitro somalo guidare stelle del calibro di PSG e Aston Villa in una finale europea sarà un’immagine potente, un manifesto di riscatto.
Tuttavia, finché la solidarietà rimarrà un’iniziativa isolata di una singola confederazione e non una linea guida universale, il calcio continuerà a viaggiare a due velocità. Finché i colleghi non incroceranno le braccia di fronte alle ingiustizie subite dai loro pari, la strada verso un calcio davvero inclusivo e libero da pregiudizi sarà ancora tragicamente lunga. Per sconfiggere il razzismo e la discriminazione non servono i diplomatici passaggi di palla: servono entrate in tackle scivolato contro l’indifferenza.
______________________









