CATANIA – Dopo 35 anni di attese, archiviazioni sventate e indagini faticose, il duplice omicidio di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio approda finalmente in un’aula di tribunale. La giudice per le udienze preliminari, Carla Aurora Valenti, ha disposto il rinvio a giudizio per Aldo Ercolano, nipote del boss Nitto Santapaola e già condannato per l’omicidio del giornalista Pippo Fava, e per altri quattro imputati.
Il profilo: chi è Vincenzo Vinciullo
Al centro dell’inchiesta emerge con forza la figura di Vincenzo Vinciullo, 82 anni, nome storico dell’imprenditoria messinese. Titolare di una delle maggiori imprese edili della città dello Stretto, Vinciullo è l’uomo che ha firmato interventi urbanistici radicali, come la nascita del Villaggio Margi (sorto sulle ceneri dello storico ristorante La Macina).
Non è la prima volta che il suo nome finisce nei faldoni degli inquirenti: già negli anni Novanta la Commissione Nazionale Antimafia si era occupata di lui, sebbene quella vicenda non avesse poi avuto conseguenze penali. Più recentemente, la sua attività era tornata sotto i riflettori per il progetto di una lottizzazione in località Scoppo, alle spalle della scuola Archimede; un’opera che prevedeva una galleria sotto lo svincolo autostradale, i cui lavori furono però bloccati dall’intervento delle forze dell’ordine.
Il ruolo nel delitto: l’ombra di Cosa Nostra
Secondo l’accusa sostenuta dal procuratore generale Carmelo Zuccaro e dai sostituti Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci, Ercolano sarebbe l’ideatore e l’organizzatore dell’agguato avvenuto il 31 ottobre 1990 nella zona industriale di Catania. Il motivo? Il rifiuto di cedere alle martellanti richieste di pizzo.
In questo scacchiere criminale, Vinciullo avrebbe ricoperto il ruolo di “negoziatore”. Il suo nome compare persino nei pizzini di Bernardo Provenzano ritrovati nel covo del boss corleonese. Secondo le relazioni dell’Antimafia firmate negli anni da Roberto Centaro e Giuseppe Lumia, l’imprenditore peloritano sarebbe stato il “soggetto di riferimento” per comporre i contrasti tra le famiglie mafiose di Palermo, Caltanissetta e Catania sulla spartizione dei proventi estorsivi ai danni delle acciaierie.
La “mafia del ferro” e il miliardo di lire
L’inchiesta, della Procura Generale e condotta dalla DIA, ha ricostruito quella che viene definita la “mafia del ferro”. Dopo l’uccisione di Rovetta (amministratore delegato) e Vecchio (direttore del personale), i vertici dell’azienda — passata sotto il controllo della bresciana Alfa Acciai — furono costretti a versare circa un miliardo di vecchie lire tra il 1991 e gli anni successivi.
Insieme a Ercolano e Vinciullo, andranno a processo il 7 luglio davanti alla Corte d’Assise di Catania:
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Leonardo Greco: indicato come organizzatore;
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Antonio Alfio Motta e Francesco Tusa: accusati di essere gli esattori.
Una verità difesa dalle famiglie
Il risultato processuale è frutto della determinazione dei figli di Francesco Vecchio e della figlia di Alessandro Rovetta. Assistiti dai legali Enzo Mellia e Giuseppe Lo Faro, i familiari si sono opposti strenuamente alle diverse istanze di archiviazione presentate nel corso di tre decenni, mantenendo vivo il caso fino alla svolta decisiva impressa dalle dichiarazioni dell’infiltrato Luigi Ilardo (fonte “Oriente”), ucciso nel 1996 poco prima di diventare collaboratore di giustizia.
Proprio le confidenze di Ilardo e l’analisi dei messaggi di Provenzano hanno permesso di chiudere il cerchio su un delitto che per troppo tempo è rimasto avvolto nel silenzio.








