
Milazzo marinara:
Esistono ferite che non sanguinano, ma che mostrano il fianco nudo al tempo e all’incuria, diventando cenere prima ancora di bruciare. Per anni, il Palischermo S. Tommaso (1937) è stato una di queste ferite: ridotto a legno da ardere, abbandonato senza copertura, esposto al degrado più umiliante sotto gli occhi di una città che sembrava aver smarrito la bussola della propria memoria. Ma la storia, a volte, sa trovare i suoi angeli. E per il S. Tommaso, questi angeli sono arrivati da Trapani, portando con sé l’antica sapienza dei maestri d’ascia per compiere un miracolo che molti ritenevano impossibile.
Una Storia di mare e di orgoglio calpestato , il S. Tommaso non è mai stata una barca qualunque. Lungo 17 metri e largo quasi 4, era l’ultimo dei tre palischermi della gloriosa Tonnara del Tono di Milazzo, seguendo le orme del S. Giovanni (1898) e del S. Andrea (1916). Costruito dal sapiente carpentiere Francesco Salmeri, il “palascammu” — come lo chiamano con rispetto i veri uomini di mare — era il cuore pulsante della mattanza: una barca di posta, solida, capace di reggere il peso dei tonni e lo sforzo sovrumano dei tonnaroti. Eppure, per decenni, abbiamo assistito al paradosso del “Nemo propeta in patria”.
Negli anni ’90, Don Fano Salmeri, figlio di Francesco e autore di oltre 300 imbarcazioni, si era offerto di restaurarlo. Conosceva ogni singola venatura di quel legno, ma la sua voce rimase inascoltata. Invece della cura, arrivò il disprezzo: ci fu chi, con ignoranza, lo definì “baccuni” (un vecchio scafo inutile), e chi propose persino di distruggerlo, quasi che quella carcassa fosse una vergogna da nascondere anziché un monumento da onorare.
Il Miracolo dei Maestri d’Ascia: quando tutto sembrava perduto, la Soprintendenza di Messina ha individuato a Trapani la maestranza capace di compiere l’impresa. Contro ogni funesta previsione che suggeriva di “spezzarlo in tre parti” per poterlo muovere, i maestri d’ascia trapanesi lo hanno rimesso in piedi.
Vederlo oggi, nuovamente integro nella sua struttura, è un colpo al cuore per chi ama Milazzo. È la dimostrazione che il sapere artigiano può sconfiggere l’oblio. Un restauro che non è solo tecnico, ma morale: restituisce dignità alla fatica di uomini come Giovanni Chillemi, allievo dei Provvidenti e di Don Fano, che ha custodito la memoria di queste barche costruendone modelli fedeli per evitare che il tempo ne sgretolasse il ricordo.
“Il palischermo era il ritmo del fiato e delle braccia, il sudore che diventava pane e industria. Dividerlo sarebbe stato come dividere l’anima di Milazzo.”
Un Futuro per la memoria :sebbene il suo luogo naturale resti il Tono, dove il profumo della salsedine incontra la storia della Tonnara, oggi il S. Tommaso è salvo. Le battaglie di associazioni come Legambiente, le denunce contro il degrado e la testardaggine di chi non ha mai smesso di chiamarlo con il suo nome — Palischermo — hanno vinto.
Non dobbiamo vergognarci delle nostre radici, anche quando appaiono logore. Il legno grigio e stanco del S. Tommaso racconta chi siamo stati. Grazie a questo intervento, quel “legno da ardere” è tornato a essere un monumento al genio dei carpentieri milazzesi e alla grandezza della nostra civiltà marinara. La memoria non è più in frantumi: è tornata a guardare il mare. Le immagini del degrado, lo scafo invaso dalle erbacce e dal marciume.
La Rinascita, un lavoro certosino dei maestri d’ascia trapanesi che “raddrizzano” la storia. Il Palischermo dopo lo spostamento da San Papino, sarà custode e testimone di un’identità ritrovata e quanti si sono spesi per sensibilizzare la cittadinanza sulla tutela di questo tesoro unico.(primi tra tutti il sig Cernuto e i soci della Tono Solemare.








