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In attesa di Magnifica humanitas

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Lo aveva anticipato qualche giorno dopo la sua elezione a pontefice spiegando la scelta di quel nome che appariva tanto antico in relazione alle ultime scelte dei predecessori.Così come Leone XIII aveva affrontato la rivoluzione industriale, che costituì un vero e proprio cambiamento d’epoca, così oggi la Chiesa è chiamata ad affrontare un’altra rivoluzione, quella digitale e dell’IA che pone serie criticità innanzitutto alla dignità dell’uomo. Ed ecco il nuovo Leone.

Nello stesso solco della Dottrina sociale che nella Rerum novarum di Papa Pecci trovò un momento di sviluppo significativo, nei prossimi giorni, vedrà luce la prima enciclica di Leone XIV, che è consapevole di quanta sete ci sia oggi, nella società coriandolare e rancorosa, di una educazione sociale integrale.

La data della firma, 15 maggio, è la medesima della Rerum novarum cupiditas, 135 anni orsono. Mentre la data in cui è stata annunciata, 18 maggio, richiama quella della nascita del grande san Giovanni Paolo II, che impiegò l’intera vita, prima con gli studi filosofici e poi con il magistero a difendere l’umano, attraverso la rinnovata proposta dell’antropologia personalista.Ed ecco che giunge significativo, altresì, il sottotitolo, e quindi la specificazione del documento di Papa Prevost: “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.Senza fare alcun vaticinio, ma rimanendo aderenti al testo, il perno fondamentale è l’attenzione in chiave di custodia dell’uomo in quanto persona innanzi ad una sfida che potrebbe implicare la stessa abolizione dell’umano per evocare Clive S. Lewis.

Custodire significa sorvegliare, conservare e difendere.

Se guardiamo alle visioni antropologiche contemporanee – tenuto conto delle deformazioni che le varie correnti moderne hanno indotto circa la definizione integrale dell’umano – non è indubbio che si avverte una certa fatica, nonché confusione, circa la risposta da dare alla domanda: chi è l’uomo? L’orizzonte personalista, emerso grazie all’incontro tra la filosofia greca, il diritto romano e il cristianesimo, che decreta in definitiva – anche nelle sue versioni secolarizzate illuministe – l’intangibilità dell’uomo e la sua dignità ineguagliabile che si riscontrano nella sua capacità di essere libero e capace di verità, sembra continuamente messo in discussione sia a livello teoretico, sia anche a livello di scelte legislative lesive ad esempio del diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale.

È necessario, allora, sorvegliare per segnalare i pericoli che l’uomo, abbagliato dal ripiegamento su se stesso, non vede e quindi conservare la visione antropologica tipicamente classica e cristiana, deformata nella modernità dalla chiusura alla trascendenza. Occorre di conseguenza difendere l’uomo nella sua interezza dai nuovi messianismi secolarizzati scientisti: il transumanesimo e il post-umano, per cui non basta più l’uomo così come lo abbiamo conosciuto, ma si deve inverare il cyborg, conquistatore di una immortalità immanente anche pagando il prezzo della perdita delle cifre tipiche dell’esperienza umana, a partire da quella costitutiva dell’amore.

La questione non sta tanto nel demonizzare i nuovi mezzi della tecnica, ma nel mettere al centro l’uomo, in quanto persona, per evitare che egli possa ad un certo punto assoggettarsi – rinunciando all’esercizio e allo sviluppo continuo delle sue facoltà – alla macchina. Il rischio è la paradossale attrazione mimetica da parte dell’uomo nei confronti delle macchine stesse, come se adesso egli – inventore delle tecnologie più raffinate – debba ad un certo punto imitare nella sua esistenza i dispositivi da lui generati, perdendo così la specificità del proprio essere e la qualità ontologica di cui è portatore.

Ma perché l’uomo perderebbe il suo proprium? Innanzitutto perché perderebbe proprio il libero arbitrio. Sia le prospettive transumaniste che la struttura delle macchine rimandano, infatti, ad un assetto deterministico. La specificità e la dignità dell’uomo consta invece – a partire dal suo mondo interiore che non è assimilabile agli elementi biologici – della sua libertà che è via per conoscere e incontrare la stessa verità.

L’uomo, dunque, non è un algoritmo. Solo attraverso una salda visione antropologica, tutti gli ambiti abitati dall’uomo possono essere ben organizzati anche attraverso l’uso dell’IA, ma se l’umano disperde la sua natura la ricaduta negativa si riscontrerà in ogni settore: dall’economia alla politica, dall’ambiente all’educazione.

Come nella tradizione e nella natura della Dottrina sociale della Chiesa, Leone XIV non offrirà soluzioni tecniche bensì il grande quadro antropologico ed etico entro cui poter comprendere, alla luce della recta ratio e della Rivelazione, anche il tempo attuale, perché ogni innovazione non diventi un totem ma una risorsa e opportunità che rispetti l’uomo in quanto essere razionale, relazionale, capace di amare, libero e responsabile, creatura ad immagine e somiglianza di Dio: in una sola parola persona, il suo nomen dignitatis.

Daniele Fazio

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Lo aveva anticipato qualche giorno dopo la sua elezione a pontefice spiegando la scelta di quel nome che appariva tanto antico in relazione alle ultime scelte dei predecessori.Così come Leone XIII aveva affrontato la rivoluzione industriale, che costituì un vero e proprio cambiamento d’epoca, così oggi la Chiesa è chiamata ad affrontare un’altra rivoluzione, quella digitale e dell’IA che pone serie criticità innanzitutto alla dignità dell’uomo. Ed ecco il nuovo Leone.

Nello stesso solco della Dottrina sociale che nella Rerum novarum di Papa Pecci trovò un momento di sviluppo significativo, nei prossimi giorni, vedrà luce la prima enciclica di Leone XIV, che è consapevole di quanta sete ci sia oggi, nella società coriandolare e rancorosa, di una educazione sociale integrale.

La data della firma, 15 maggio, è la medesima della Rerum novarum cupiditas, 135 anni orsono. Mentre la data in cui è stata annunciata, 18 maggio, richiama quella della nascita del grande san Giovanni Paolo II, che impiegò l’intera vita, prima con gli studi filosofici e poi con il magistero a difendere l’umano, attraverso la rinnovata proposta dell’antropologia personalista.Ed ecco che giunge significativo, altresì, il sottotitolo, e quindi la specificazione del documento di Papa Prevost: “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.Senza fare alcun vaticinio, ma rimanendo aderenti al testo, il perno fondamentale è l’attenzione in chiave di custodia dell’uomo in quanto persona innanzi ad una sfida che potrebbe implicare la stessa abolizione dell’umano per evocare Clive S. Lewis.

Custodire significa sorvegliare, conservare e difendere.

Se guardiamo alle visioni antropologiche contemporanee – tenuto conto delle deformazioni che le varie correnti moderne hanno indotto circa la definizione integrale dell’umano – non è indubbio che si avverte una certa fatica, nonché confusione, circa la risposta da dare alla domanda: chi è l’uomo? L’orizzonte personalista, emerso grazie all’incontro tra la filosofia greca, il diritto romano e il cristianesimo, che decreta in definitiva – anche nelle sue versioni secolarizzate illuministe – l’intangibilità dell’uomo e la sua dignità ineguagliabile che si riscontrano nella sua capacità di essere libero e capace di verità, sembra continuamente messo in discussione sia a livello teoretico, sia anche a livello di scelte legislative lesive ad esempio del diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale.

È necessario, allora, sorvegliare per segnalare i pericoli che l’uomo, abbagliato dal ripiegamento su se stesso, non vede e quindi conservare la visione antropologica tipicamente classica e cristiana, deformata nella modernità dalla chiusura alla trascendenza. Occorre di conseguenza difendere l’uomo nella sua interezza dai nuovi messianismi secolarizzati scientisti: il transumanesimo e il post-umano, per cui non basta più l’uomo così come lo abbiamo conosciuto, ma si deve inverare il cyborg, conquistatore di una immortalità immanente anche pagando il prezzo della perdita delle cifre tipiche dell’esperienza umana, a partire da quella costitutiva dell’amore.

La questione non sta tanto nel demonizzare i nuovi mezzi della tecnica, ma nel mettere al centro l’uomo, in quanto persona, per evitare che egli possa ad un certo punto assoggettarsi – rinunciando all’esercizio e allo sviluppo continuo delle sue facoltà – alla macchina. Il rischio è la paradossale attrazione mimetica da parte dell’uomo nei confronti delle macchine stesse, come se adesso egli – inventore delle tecnologie più raffinate – debba ad un certo punto imitare nella sua esistenza i dispositivi da lui generati, perdendo così la specificità del proprio essere e la qualità ontologica di cui è portatore.

Ma perché l’uomo perderebbe il suo proprium? Innanzitutto perché perderebbe proprio il libero arbitrio. Sia le prospettive transumaniste che la struttura delle macchine rimandano, infatti, ad un assetto deterministico. La specificità e la dignità dell’uomo consta invece – a partire dal suo mondo interiore che non è assimilabile agli elementi biologici – della sua libertà che è via per conoscere e incontrare la stessa verità.

L’uomo, dunque, non è un algoritmo. Solo attraverso una salda visione antropologica, tutti gli ambiti abitati dall’uomo possono essere ben organizzati anche attraverso l’uso dell’IA, ma se l’umano disperde la sua natura la ricaduta negativa si riscontrerà in ogni settore: dall’economia alla politica, dall’ambiente all’educazione.

Come nella tradizione e nella natura della Dottrina sociale della Chiesa, Leone XIV non offrirà soluzioni tecniche bensì il grande quadro antropologico ed etico entro cui poter comprendere, alla luce della recta ratio e della Rivelazione, anche il tempo attuale, perché ogni innovazione non diventi un totem ma una risorsa e opportunità che rispetti l’uomo in quanto essere razionale, relazionale, capace di amare, libero e responsabile, creatura ad immagine e somiglianza di Dio: in una sola parola persona, il suo nomen dignitatis.

Daniele Fazio

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