Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, il meccanismo del presunto scambio sarebbe stato lineare quanto illecito. Al centro della vicenda ci sarebbe un incrocio di interessi tra la gestione dei fondi regionali e le assunzioni private:
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Il favore politico: Un contributo regionale di 30.000 euro destinato alla Fondazione Belisario (di cui la Cannariato era referente) per l’organizzazione di un evento.
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La contropartita: In cambio del sollecito e dell’ottenimento del finanziamento, l’imprenditrice avrebbe garantito l’assunzione del nipote di Elvira Amata, attuale assessora regionale al Turismo (all’epoca dei fatti capogruppo di Fratelli d’Italia all’ARS).
L’inchiesta, nata da intercettazioni e accertamenti documentali, punta i riflettori su come i fondi pubblici destinati alla promozione culturale e sociale siano stati, secondo l’accusa, utilizzati come moneta di scambio per favori personali.
“Un sistema di cortesia istituzionale degenerato in corruzione”, lo ha definito in sintesi l’accusa durante la requisitoria nell’aula bunker dell’Ucciardone.
Marcella Cannariato ha scelto il rito abbreviato, una formula che consente di ottenere lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna, ma che si decide allo stato degli atti, senza il dibattimento pieno. La difesa dell’imprenditrice ha sempre respinto le accuse, sostenendo la piena regolarità dell’iter del finanziamento e la legittimità dell’assunzione, basata esclusivamente sulle competenze professionali del giovane.
Cosa rischia l’imprenditrice? Oltre alla pena detentiva richiesta (30 mesi), una condanna potrebbe avere pesanti ripercussioni sulla sua immagine pubblica e sui ruoli ricoperti nel mondo dell’associazionismo e del business siciliano.
La parola passerà ora ai difensori per le arringhe conclusive, prima che il GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) si ritiri in camera di consiglio per la sentenza, prevista nelle prossime settimane.








