Non è stato un semplice voto amministrativo, ma una vera e propria prova di forza che ridisegna la mappa geopolitica della Sicilia. Il verdetto uscito dalle urne dello Stretto è un ko tecnico per la politica tradizionale: Federico Basile, l’uomo blindato da Cateno De Luca, asfalta la concorrenza e si riprende Palazzo Zanca già al primo turno.
I numeri non lasciano spazio a repliche o giustificazioni: un tonante 58,41% che lascia le briciole agli avversari. Il centrodestra guidato da Marcello Scurria si ferma a una distanza siderale, staccato di quasi 31 punti e mezzo, mentre il centrosinistra di Antonella Russo capitola oltre 46 punti indietro. Per la quarta volta consecutiva, Messina gira le spalle ai simboli nazionali.
L’operazione è riuscita grazie a un dispiegamento di forze massiccio, quasi militare: 15 liste civiche civetta e ben 1.010 candidati consiglieri (una platea larghissima, dai ragazzi di 18 anni fino ai nonni di 92) che hanno drenato preferenze in ogni angolo della città. Una strategia vincente che ha fatto sentire i suoi effetti anche sulla costa tirrenica: persino a Barcellona Pozzo di Gotto, storico feudo blindato del deputato forzista Tommaso Calderone, il centrodestra ha perso la sua roccaforte al primo turno, cedendo il passo alla candidata spinta dal leader di Sud chiama Nord.
Il collasso delle sigle tradizionali: Forza Italia fuori dal Consiglio
Mentre la corazzata di Basile blinda la maggioranza assoluta portando a casa 20 seggi, l’opposizione si ritrova frammentata e ridotta ai minimi termini. Il dato politico che farà discutere a lungo i vertici nazionali è la totale sparizione di Forza Italia da Palazzo Zanca. Il partito che sul territorio messinese esprimeva la sottosegretaria Matilde Siracusano – schierata in prima linea come candidata vicesindaca – non è riuscito nemmeno a superare lo sbarramento del 5%, rimanendo inchiodato sotto il 4%. Una debacle totale per chi aveva fortemente voluto e imposto la candidatura a sindaco di Marcello Scurria (ironia della sorte, un ex segretario cittadino dei DS che in passato aveva lavorato proprio al fianco di De Luca per l’emergenza baraccopoli).
Anche sul fronte opposto c’è poco da festeggiare. Se il Partito Democratico riesce a galleggiare diventando la prima forza di minoranza in aula, il ticket composto dal Movimento 5 Stelle e dalla lista Controcorrente dell’ex “Iena” Ismaele La Vardera fallisce clamorosamente l’esordio messinese, fermandosi a un deludente 3,05% e restando fuori dall’aula. Chi si salva sul filo del rasoio è la Lega, che arpiona i seggi con un risicato 5,07%.
Obiettivo Palermo: la strategia di “Scateno” per le Regionali
Che Messina fosse solo la prima tappa di un disegno molto più ampio era chiaro fin dall’inizio. Le dimissioni anticipate di Basile, fortemente caldeggiate da De Luca, sono servite a isolare il voto dello Stretto per trasformarlo in un referendum personale, evitando il rischio di sovrapposizioni elettorali.
Ottenuto l’incasso politico a Messina, l’obiettivo si sposta immediatamente a Palermo, dove il governo di Renato Schifani appare decisamente più fragile dopo aver perso la guida di ben otto Comuni nell’isola. De Luca ha già suonato la carica convocando una conferenza stampa nel capoluogo con un interrogativo che sa di minaccia: “Stacchiamo la spina?”.
I retroscena e i rumor del dopo-voto evidenziano come nei corridoi dei palazzi regionali l’aria sia pesante, si rincorrono, infatti, con insistenza i rumors di elezioni anticipate in Sicilia già per il prossimo autunno, anticipando la scadenza naturale e le stesse Politiche.
Le voci di corridoio descrivono uno scenario fluido, dove fino a pochi giorni fa si ipotizzava un accordo di massima che vedeva il deputato di Forza Italia Giorgio Mulè in corsa per la Presidenza della Regione con De Luca nel ruolo di vice. Ma la valanga di voti dello Stretto ha cambiato i rapporti di forza e adesso è il leader di Sud chiama Nord a dettare le condizioni dall’alto del suo 58%. I giochi per Palazzo d’Orléans sono ufficialmente aperti.








