Trasformare un simbolo di guerra come un bunker in un’edicola votiva dedicata a San Francesco di Paola è un atto di resilienza culturale straordinario. Fu in quel periodo storico che probabilmente furono costruite le case matte o bunker ed oggi a Milazzo ne rimangono circa trentatre.
Bunker è un termine tedesco che sta ad indicare una casamatta di cemento armato comunicante con l’esterno o con opere adiacenti, generalmente semisotterranee, o con locali sottostanti alla parte fuori terra, pronti ad offendere il nemico . Si posssono presentare a pianta circolare, con volta arrotondata o piatta e munito di feritoie orizzontali per armi da fuoco. Questo brece preambolo e qualche dettaglio ci portono al piccolo tesoro del borgo di Vaccarella:
L’affresco non è solo un dipinto, ma un punto di riferimento per l’identità marinara di Milazzo.
L’Origine (1965): Fu realizzato da Francesco D’Amico, che scelse una superficie insolita — un bunker della Seconda Guerra Mondiale — per omaggiare il Santo.
La Custode (2004 ad oggi): Da oltre vent’anni, Anna Salamone si dedica volontariamente alla sua conservazione. Senza la sua dedizione costante, la salsedine e l’esposizione agli agenti atmosferici avrebbero probabilmente già cancellato l’opera.
Ci troviamo nel cuore di Vaccarella, lo storico borgo dei pescatori, dove il sacro si intreccia quotidianamente con la vita del mare.
L’annuncio del nuovo restauro iniziato l’8 aprile 2026 sottolinea l’importanza della manutenzione conservativa. In contesti costieri come quello di Milazzo, gli affreschi esterni subiscono un degrado accelerato dovuto a:
Cristallizzazione dei sali portati dal vento marino.
Umidità di risalita, tipica delle strutture in cemento armato dei bunker che sbiadiscono i pigmenti originali.
Nota di Merito: Grazie a realtà come SiciliAntica Milazzo e a cittadini attivi come Fabio Marchello e Anna Salamone, queste espressioni di “arte povera” o popolare ricevono la stessa dignità dei grandi monumenti, preservando l’anima autentica del territorio.
È un bellissimo esempio di come la comunità possa riappropriarsi di spazi storici “duri” per trasformarli in messaggi di pace e tradizione.