La scomparsa del cantautore ligure scuote la comunità paladina. Non scompare solo un artista immenso, ma un “cittadino onorario” che in un’estate del 1962 trovò tra queste spiagge l’ispirazione per il suo capolavoro più celebre.
C’è un sottile velo di malinconia che oggi avvolge il lungomare di Capo d’Orlando, più amaro del solito, quasi a voler richiamare quel “sapore di sale” che da oltre sessant’anni è l’inno non ufficiale di questa città. La notizia della scomparsa di Gino Paoli colpisce dritto al cuore la comunità orlandina: per noi non se ne va solo un gigante della musica italiana, ma un amico che ha saputo trasformare un angolo di Sicilia in un mito universale.
Tutto ebbe inizio in una lontana estate di sessantaquattro anni fa. Paoli arrivò a Capo d’Orlando reduce dal successo di Senza Fine e dalla sua prima vetrina sanremese. Galeotto fu l’incontro con Luciano Milio, storico gestore del night “La Tartaruga”, che lo ingaggiò per quella che doveva essere una breve parentesi lavorativa.
Ma la bellezza della baia, l’odore della pesca che allora inondava ogni vicolo e l’ospitalità della famiglia Milio fecero il miracolo: il soggiorno si trasformò in un mese di incanto. Ospite nella villa di Luciano, tra pranzi a base di pesce freschissimo e gite in barca verso le Eolie, Paoli si innamorò perdutamente di questo scorcio di paradiso.
Chi scrive ha avuto la fortuna di incrociare lo sguardo e le parole di quel Gino Paoli allora trentenne. Lo ricordiamo bene, alla guida della sua spider bianca, mentre percorreva la via che porta a San Gregorio. Contrariamente all’immagine di uomo schivo che spesso lo accompagnava, a bordo di quell’auto Gino era un fiume in piena.
Noi, allora ragazzini, cercavamo di strappargli qualche aneddoto su Sanremo o sulle sue conquiste galanti, ma lui preferiva entusiasmarsi per la vista del mare. Fermava l’auto all’improvviso, rapito:
«Devo fare delle foto a questa spiaggia e a questo mare, devo ricordarmele meglio quando ritornerò a Genova».
Solo anni dopo capimmo che quei momenti, quei passaggi in macchina e quei racconti non erano semplici “bufale” da spiaggia, ma i frammenti di un’anima che stava assorbendo la luce della nostra terra.
L’anno successivo, nel 1963, quelle foto mentali scattate a San Gregorio divennero musica. Nacque “Sapore di sale”, un successo travolgente che esaltava proprio quel sole e quella spiaggia. Paoli non smise mai di rivendicare la paternità “orlandina” del brano, tornando più volte a trovarci e invitando sempre il pubblico a cantare con lui, dicendo: «Questa canzone è anche vostra».
Oggi il mare di San Gregorio sembra un po’ più stanco. Ci resta la consapevolezza che, finché ci sarà un raggio di sole su questa spiaggia e il rumore delle onde a cullare i pensieri, Gino Paoli continuerà a vivere qui. Perché se è vero che la musica è eterna, quella scritta sotto il cielo di Capo d’Orlando lo è un po’ di più.







