di Dorina Damani
«Guarda, Marco, […] ti inviteranno a cena, inizierete a parlare, ti chiederanno com’è l’America. Tu risponderai qualcosa, tenterai di dire qualcosa, fingeranno di ascoltarti e subito dopo saranno loro a raccontarti l’America. Anche se non ci sono mai stati, gli italiani conoscono benissimo tutto» (p.14-15).
Questa frase, pronunciata nell’intimità domestica di una memoria materna, si trasforma nelle pagine di Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo in una chiave interpretativa più ampia. L’idea di fondo è che questa frattura tra realtà e rappresentazione non riguarda solo il rapporto con l’America, ma condiziona profondamente la percezione che l’Europa ha del proprio passato e del proprio futuro. A guidarci in questa analisi è Luigi Marco Bassani, ordinario di Storia delle dottrine politiche. Nato a Chicago, pur avendo trascorso gran parte della propria vita in Italia, l’America, per lui, è rimasta un chiodo fisso, un oggetto di devozione intellettuale che egli osserva con lo sguardo attento di chi, in fondo, appartiene a entrambi i mondi.
L’Occidente, dunque, non appare come una realtà compatta, ma come un campo di tensioni irrisolte, segnato dalla difficoltà di riconoscere i propri presupposti storici e culturali. Non è un caso che l’analisi si apra con il problema dell’Occidente “uno e bino”: una civiltà che vive oggi una profonda scissione tra la realtà americana e quella europea. «L’America non è l’ “altro” dell’Europa, ma la sua continuazione in forma energetica, la sua reincarnazione nel mondo della potenza e della tecnica […] finché l’America continuerà a produrre idee e ricchezze l’Occidente non sarà finito» (p. 56).
Se l’America è la forza e l’Europa è la memoria, entrambe traggono legittimità dalla stessa matrice cristiana. Sono figlie di una medesima visione del mondo. Eppure, scrive Bassani, la loro storia moderna si apre come il racconto di un divorzio. Nel contesto europeo la modernità prende forma attraverso un graduale distacco dalla fede, mentre in America si sviluppa mantenendo con essa un legame costante (p.227).
Il confronto tra le due sponde dell’Occidente nel volume si traduce in un vero e proprio elogio del modello americano. Bassani mette in risalto la vitalità di un’America che sa sempre come rimettersi in gioco, contrapponendola a un’Europa che sembra aver perso il suo slancio.
Perché l’Europa è in declino? È questa la domanda che si pone Bassani, e la risposta che propone ruota attorno alla mancanza di una vera cultura del rischio: un continente più impegnato a proteggere ciò che ha già costruito che a investire in ciò che potrebbe ancora creare. «Se per Carl Schmitt «chi decide sullo stato di eccezione è sovrano», allora l’Europa non passa il test, giacché è incapace di decidere anche nella normalità» (p. 55).
America ed Europa, oltre a essere figlie del cristianesimo, condividono anche l’eredità di Atene, tema che l’autore sviluppa nel secondo capitolo del volume. La Grecia, culla della civiltà occidentale, viene richiamata come il luogo in cui prende forma l’idea di libertà, libertà intesa come partecipazione alla vita pubblica, una conquista storica e politica, non un dono divino. È proprio attorno al concetto di libertà che si struttura una parte centrale della riflessione di Bassani. l’America viene presentata come l’espressione più compiuta di tale principio, quasi una sua traduzione concreta sul piano storico e istituzionale.
Un altro tema affrontato nel volume è quello dell’immigrazione, nel terzo capitolo. «L’immigrazione non rappresenta soltanto un fenomeno sociale e politico ma una lente che riflette la crisi più profonda dell’Occidente: lo smarrimento del proprio senso di sé» (pp. 110-11). l’Occidente non è più in grado di accogliere né di integrare. Secondo Bassani, la paralisi nasce da una messinscena intellettuale: fingiamo che i confini siano un retaggio superato. La vittoria elettorale dei conservatori in Europa appare quasi come una conseguenza naturale. Il successo delle destre europee dul tema dell’immigrazione va letta, secondo Bassani, come una nuda e semplice domanda d’ordine. Gli elettori che oggi corrono a destra chiedono disperatamente un limite (p.118). L’America non è priva di zone d’ombra. La stessa forza vitale che produce ricchezza si traduce, sul piano sociale, in una gestione dei flussi migratori che non risparmia durezze.
Le cronache recenti sulle operazioni dell’ICE dimostrano che nemmeno l’alleato d’oltreoceano possiede una soluzione indolore.
«L’immigrazione in terra americana, legale e illegale, in generale, non mette in discussione i valori occidentali più di tanto, o almeno, lo fa assai meno di quanto non lo facciano le migrazioni in Europa, in maggioranza di origine musulmana» (p. 125). Siamo nel quarto capitolo, dove il tema principale è L’islam, un vero e proprio campo minato. Bassani stesso denuncia la difficoltà di affrontare l’argomento: «la cultura universitaria occidentale ha ormai sviluppato una sorta di dogma: non si può criticare l’Islam senza mettere a rischio la propria carriera» (p. 139). Bassani insiste sul fatto che, a suo giudizio, l’Europa si trovi in una posizione più fragile rispetto agli Stati Uniti, perché l’incontro con l’Islam avviene in un contesto storico e culturale segnato da una crisi di identità e da una progressiva perdita di fiducia nei propri valori. Mentre l’America continua a percepirsi come una società capace di integrare le differenze senza mettere in discussione il proprio impianto culturale di fondo.
Nel quinto capitolo l’attenzione si sposta sulla struttura storica e politica dell’Europa. Per prima cosa, Bassani demolisce il mito secondo cui la razionalità moderna nasca da una rottura con la fede. Fede e ragione non sono nemiche storiche, ma compagne di viaggio.
Senza l’idea di un «Dio razionale» che governa un «cosmo ordinato», l’Europa non sarebbe mai diventata «la culla della modernità» (p. 194).
Il cuore del problema attuale nasce proprio dal tradimento di questa eredità. La libertà occidentale, infatti, non scaturisce dal vuoto, ma da un equilibrio in cui la tradizione funge da argine morale contro le pretese dello Stato. Oggi questo confine è crollato. La minaccia principale non arriva da un mercato fuori controllo ma da una «eccesso di politica» che tenta di regolare ogni singolo processo sociale e di trasformare l’economia in un ingranaggio del governo (p. 193).
Con il sesto capitolo l’attenzione si concentra sull’idea del declino, formulata nei termini di un tramonto dell’Occidente, e sull’antiamericanismo, inteso come quel misto di «nostalgia» e «invidia» che caratterizza lo sguardo del Vecchio Continente verso il modello americano.
Il riferimento al tramonto dell’Occidente richiama esplicitamente la celebre diagnosi di Oswald Spengler, per il quale le civiltà seguono un ciclo organico di nascita, sviluppo e declino, fino a esaurire la propria forza creativa nella fase della civilizzazione. Secondo Bassani, la capacità di una società di rappresentare simbolicamente la propria fine viene qui assunta come indice di forza. «Il paradosso è che, mentre l’America continua a interrogarsi sul proprio tramonto, l’Europa non ha più la forza nemmeno di immaginare il proprio futuro» (p.208).
Secondo Bassani, L’America non guarda all’Europa con superiorità, ne riconosce il primato culturale. È l’Europa, invece, che sembra aver trasformato l’America nel proprio capro espiatorio. Non esiste, di fatto, un antieuropeismo, è nel contesto europeo che si è affermato l’antiamericanismo (p.202). L’antiamericanismo, secondo l’autore, serve all’Europa per mascherare il proprio fallimento, trasformando l’America nel bersaglio su cui proiettare le proprie responsabilità storiche e le difficoltà del presente (213).
Nelle ultime righe del capitolo conclusivo, Bassani torna sul concetto di libertà. Secondo l’autore, la libertà non abita più nei grandi sistemi, ma sopravvive solo negli spazi marginali, in quei frammenti di vita personale e quotidiana che riescono ancora a sfuggire al controllo. È un compito che spetta a ognuno di noi. «Nessun dio collettivo si può salvare» (p.268).







