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Braccialetti elettronici “esauriti”, il caso Messina finisce a Roma: Nordio pretende risposte

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Il paradosso dietro la scarcerazione dell’assassino di Daniela Zinnanti. 

Non è solo un caso di cronaca nera, è diventato un caso politico nazionale. La gestione cautelare di Santino Bonfiglio, il 67enne che ha ucciso con trenta coltellate l’ex compagna Daniela Zinnanti, è finita sotto la lente d’ingrandimento del Ministero della Giustizia. Il motivo? Quel braccialetto elettronico “fantasma”, ordinato dal giudice ma mai applicato per mancanza di scorte.

Tutto nasce da un paradosso: il GIP SALVATORE PUGLIESE, accogliendo la richiesta della Procura (pm Alice Parialò), aveva concesso i domiciliari a Bonfiglio, ma a una condizione tassativa: l’uso del braccialetto elettronico. Peccato che, al momento di applicare la misura, i dispositivi fossero terminati. Un vuoto tecnico che ha lasciato un uomo accusato di un efferato femminicidio ai domiciliari senza il monitoraggio GPS promesso dalla legge.

La vicenda ha sollevato un polverone alla Camera, dove la deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi ha presentato un’interrogazione parlamentare. La reazione del Guardasigilli Carlo Nordio è stata immediata: una nota ufficiale è partita da Roma verso Messina per chiedere spiegazioni dettagliate.

La “staffetta” delle carte al Palazzo di Giustizia:

  • Il Ministero scrive al presidente della Corte d’appello;

  • Il presidente vicario Carmelo Blatti allerta la presidente del Tribunale Olga Tarzia;

  • La presidenza trasmette gli atti al GIP SALVATORE PUGLIESE, il magistrato che ha firmato l’ordinanza.

L’obiettivo dell’istruttoria ministeriale è chiaro: capire perché in un distretto giudiziario importante come quello di Messina, per un reato di tale gravità, non fosse disponibile un dispositivo di sicurezza basilare.

Il caso Zinnanti solleva un interrogativo inquietante: a cosa servono leggi più dure sui femminicidi se poi mancano i mezzi tecnici per renderle operative? Ora i magistrati messinesi dovranno rispondere punto su punto, ricostruendo una catena di mancanze che rischia di minare la fiducia dei cittadini nella giustizia.

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Il paradosso dietro la scarcerazione dell’assassino di Daniela Zinnanti. 

Non è solo un caso di cronaca nera, è diventato un caso politico nazionale. La gestione cautelare di Santino Bonfiglio, il 67enne che ha ucciso con trenta coltellate l’ex compagna Daniela Zinnanti, è finita sotto la lente d’ingrandimento del Ministero della Giustizia. Il motivo? Quel braccialetto elettronico “fantasma”, ordinato dal giudice ma mai applicato per mancanza di scorte.

Tutto nasce da un paradosso: il GIP SALVATORE PUGLIESE, accogliendo la richiesta della Procura (pm Alice Parialò), aveva concesso i domiciliari a Bonfiglio, ma a una condizione tassativa: l’uso del braccialetto elettronico. Peccato che, al momento di applicare la misura, i dispositivi fossero terminati. Un vuoto tecnico che ha lasciato un uomo accusato di un efferato femminicidio ai domiciliari senza il monitoraggio GPS promesso dalla legge.

La vicenda ha sollevato un polverone alla Camera, dove la deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi ha presentato un’interrogazione parlamentare. La reazione del Guardasigilli Carlo Nordio è stata immediata: una nota ufficiale è partita da Roma verso Messina per chiedere spiegazioni dettagliate.

La “staffetta” delle carte al Palazzo di Giustizia:

  • Il Ministero scrive al presidente della Corte d’appello;

  • Il presidente vicario Carmelo Blatti allerta la presidente del Tribunale Olga Tarzia;

  • La presidenza trasmette gli atti al GIP SALVATORE PUGLIESE, il magistrato che ha firmato l’ordinanza.

L’obiettivo dell’istruttoria ministeriale è chiaro: capire perché in un distretto giudiziario importante come quello di Messina, per un reato di tale gravità, non fosse disponibile un dispositivo di sicurezza basilare.

Il caso Zinnanti solleva un interrogativo inquietante: a cosa servono leggi più dure sui femminicidi se poi mancano i mezzi tecnici per renderle operative? Ora i magistrati messinesi dovranno rispondere punto su punto, ricostruendo una catena di mancanze che rischia di minare la fiducia dei cittadini nella giustizia.

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