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Clan Ofria, stangata in abbreviato: condanne fino a 16 anni per la gestione dell’azienda confiscata

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Il GIP Alessandra Di Fresco ha accolto quasi integralmente l’impianto della DDA: 15 condanne pesanti e una sola assoluzione. Svelato il “doppio binario” con cui la famiglia continuava a controllare il business dei rifiuti nonostante i sigilli dello Stato.

Il primo capitolo giudiziario dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia si chiude con un verdetto durissimo. Il GIP del Tribunale di Messina ha pronunciato le sentenze per il gruppo legato alla famiglia Ofria, accusato di aver mantenuto il controllo operativo su una storica azienda di rottamazione e gestione rifiuti a Barcellona Pozzo di Gotto, nonostante questa fosse stata già confiscata.

Secondo la ricostruzione del PM Francesco Massara, la confisca era rimasta un atto puramente formale. Nei fatti, la famiglia Ofria avrebbe continuato a dettare legge all’interno dell’azienda, influenzandone le scelte e i flussi economici attraverso un sistema di prestanome e collaborazioni compiacenti. Un “potere ombra” che la sentenza di primo grado ha confermato, infliggendo pene che arrivano a superare i 16 anni di reclusione.

Il dettaglio delle condanne

Il Tribunale ha rimodulato le richieste della Procura (che aveva spinto fino ai 20 anni per i vertici), ma ha comunque mantenuto una linea di estrema fermezza.

La pena più pesante è stata inflitta a Salvatore Ofria, condannato a 16 anni e 4 mesi di reclusione. Seguono i familiari Domenico Ofria (15 anni e 2 mesi) e Giuseppe Ofria (14 anni, 1 mese e 10 giorni).

Pene di rilievo anche per Angelo Munafò (9 anni, 4 mesi e 20 giorni), Luisella Alesci (9 anni e 20 giorni) e Paolo Salvo(8 anni e 10 mesi).

Sono stati condannati a 4 anni, 5 mesi e 10 giorni ciascuno gli imputati Giuseppe Accetta, Salvatore Crinò (con l’aggiunta di 1.778 euro di multa), Natale Antonino De Pasquale, Tiziana Francesca Foti, Antonino Ofria, Carmelo Ofria e Fabio Andrea Salvo. Infine, condanne a 2 anni e 8 mesi per Francesco Siracusa e Salvatore Scarpaci.

L’unica assoluzione: Il Tribunale ha scagionato Chiara Ofria, stabilendo che per la sua posizione “il fatto non sussiste”.

Misure accessorie e risarcimenti

Oltre alle pesanti detenzioni, la sentenza del GIP Di Fresco colpisce il gruppo sul piano civile ed economico. È stata disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’incapacità di contrattare con la Pubblica Amministrazione per i principali condannati. Il giudice ha inoltre ordinato la confisca definitiva delle somme già sottoposte a sequestro durante le indagini.

Sul fronte dei risarcimenti, tutti gli imputati sono stati condannati al pagamento dei danni in favore delle parti civili, tra cui l’Associazione “Rita Atria”, rappresentata dall’avvocato Valentino Gullino, oltre alla rifusione delle spese processuali.

Il Tribunale ha fissato in 90 giorni il termine per il deposito delle motivazioni, che chiariranno il percorso logico-giuridico seguito per arrivare al verdetto. Una volta depositate, i legali della difesa — tra cui gli avvocati Pinuccio Calabrò, Salvatore Silvestro, Tommaso Calderone e altri noti professionisti del foro — potranno valutare il ricorso in Appello. Si chiude così un troncone processuale fondamentale per la Direzione Distrettuale Antimafia di Messina.

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Il GIP Alessandra Di Fresco ha accolto quasi integralmente l’impianto della DDA: 15 condanne pesanti e una sola assoluzione. Svelato il “doppio binario” con cui la famiglia continuava a controllare il business dei rifiuti nonostante i sigilli dello Stato.

Il primo capitolo giudiziario dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia si chiude con un verdetto durissimo. Il GIP del Tribunale di Messina ha pronunciato le sentenze per il gruppo legato alla famiglia Ofria, accusato di aver mantenuto il controllo operativo su una storica azienda di rottamazione e gestione rifiuti a Barcellona Pozzo di Gotto, nonostante questa fosse stata già confiscata.

Secondo la ricostruzione del PM Francesco Massara, la confisca era rimasta un atto puramente formale. Nei fatti, la famiglia Ofria avrebbe continuato a dettare legge all’interno dell’azienda, influenzandone le scelte e i flussi economici attraverso un sistema di prestanome e collaborazioni compiacenti. Un “potere ombra” che la sentenza di primo grado ha confermato, infliggendo pene che arrivano a superare i 16 anni di reclusione.

Il dettaglio delle condanne

Il Tribunale ha rimodulato le richieste della Procura (che aveva spinto fino ai 20 anni per i vertici), ma ha comunque mantenuto una linea di estrema fermezza.

La pena più pesante è stata inflitta a Salvatore Ofria, condannato a 16 anni e 4 mesi di reclusione. Seguono i familiari Domenico Ofria (15 anni e 2 mesi) e Giuseppe Ofria (14 anni, 1 mese e 10 giorni).

Pene di rilievo anche per Angelo Munafò (9 anni, 4 mesi e 20 giorni), Luisella Alesci (9 anni e 20 giorni) e Paolo Salvo(8 anni e 10 mesi).

Sono stati condannati a 4 anni, 5 mesi e 10 giorni ciascuno gli imputati Giuseppe Accetta, Salvatore Crinò (con l’aggiunta di 1.778 euro di multa), Natale Antonino De Pasquale, Tiziana Francesca Foti, Antonino Ofria, Carmelo Ofria e Fabio Andrea Salvo. Infine, condanne a 2 anni e 8 mesi per Francesco Siracusa e Salvatore Scarpaci.

L’unica assoluzione: Il Tribunale ha scagionato Chiara Ofria, stabilendo che per la sua posizione “il fatto non sussiste”.

Misure accessorie e risarcimenti

Oltre alle pesanti detenzioni, la sentenza del GIP Di Fresco colpisce il gruppo sul piano civile ed economico. È stata disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’incapacità di contrattare con la Pubblica Amministrazione per i principali condannati. Il giudice ha inoltre ordinato la confisca definitiva delle somme già sottoposte a sequestro durante le indagini.

Sul fronte dei risarcimenti, tutti gli imputati sono stati condannati al pagamento dei danni in favore delle parti civili, tra cui l’Associazione “Rita Atria”, rappresentata dall’avvocato Valentino Gullino, oltre alla rifusione delle spese processuali.

Il Tribunale ha fissato in 90 giorni il termine per il deposito delle motivazioni, che chiariranno il percorso logico-giuridico seguito per arrivare al verdetto. Una volta depositate, i legali della difesa — tra cui gli avvocati Pinuccio Calabrò, Salvatore Silvestro, Tommaso Calderone e altri noti professionisti del foro — potranno valutare il ricorso in Appello. Si chiude così un troncone processuale fondamentale per la Direzione Distrettuale Antimafia di Messina.

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