Rideterminate le pene per i familiari dell’ex pasticcere, mentre resta ferma la condanna a 5 anni per il principale indagato. La società “Event & Co. Srl” usata come “cavallo di Troia” per eludere i sigilli dello Stato.
La prima sezione penale della Corte d’Appello di Messina, presieduta dalla giudice Daria Orlando, ha emesso la sentenza di secondo grado riguardante la gestione illecita di attività imprenditoriali a Santa Lucia del Mela. I giudici hanno confermato l’impianto accusatorio originario, apportando solo parziali riforme alle pene inflitte in primo grado dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto.
Resta ferma la condanna a 5 anni di reclusione per Pietro Nicola Mazzagatti, l’ex pasticcere di Santa Lucia del Mela già noto alle cronache giudiziarie. Per lui, la pena è stata determinata considerando anche l’aggravante della recidiva. Confermata integralmente anche la condanna a 2 anni e 6 mesi per l’imprenditore barcellonese Salvatore Chillemi, 60 anni, difeso dall’avvocato David Bongiovanni. Chillemi figurava come socio unico e legale rappresentante della società “Event & Co. Srl”, l’impresa al centro del sistema illecito.
La Corte ha invece parzialmente riformato la sentenza di primo grado (che risale all’aprile 2024) per i quattro familiari di Mazzagatti, assistiti dall’avvocato Sebastiano Campanella. Per loro la pena è stata rideterminata in 3 anni di reclusione ciascuno (rispetto ai 3 anni e 6 mesi iniziali). I destinatari del provvedimento sono:
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Nicolina Famà (moglie di Mazzagatti, 56 anni);
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Giuseppe Mazzagatti (figlio, 35 anni);
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Valeria Mazzagatti (figlia, 35 anni);
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Santina Quattrocchi (nuora, 36 anni).
L’inchiesta ha svelato come la famiglia Mazzagatti fosse riuscita a mantenere il controllo operativo di attività imprenditoriali che erano già state sottoposte a sequestro dall’autorità giudiziaria. Lo strumento utilizzato era la “Event & Co. Srl”, operante tra Milazzo e Santa Lucia del Mela.
Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, la società fungeva da vero e proprio “cavallo di Troia”: formalmente intestata a Chillemi, permetteva nei fatti ai Mazzagatti di continuare a gestire il business nonostante i sigilli dello Stato. Proprio per questo motivo, la Corte ha confermato il sequestro delle quote societarie ai fini della confisca.
Un punto centrale del procedimento riguarda l’esclusione, già sancita in primo grado e ribadita in Appello per tutti gli imputati, dell’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa della famiglia dei “Barcellonesi”. Nonostante il legame con contesti di criminalità organizzata sia stato spesso ipotizzato nelle fasi preliminari, i giudici hanno ritenuto i reati di falsità e gestione illecita come non finalizzati direttamente all’agevolazione del clan.
Tutti gli imputati condannati nel giudizio di secondo grado sono stati inoltre condannati al pagamento delle ulteriori spese processuali.







